Siamo tutti sullo stesso asparago [ciwati]

[ciwati]

Il blog di Giuseppe Civati

Siamo tutti sullo stesso asparago

Indimenticabile articolo, oggi, su Repubblica, di Stefano Bartezzaghi, da ritagliare e conservare. E non è un metafora.

Tacchini e asparagi, trenini e catoblepa, Lucignolo e ciuchini, uccelli da richiamo e cani da riporto. E poi i più consueti falchi e colombe, lupi e agnelli, allodole allo specchietto e tigri cavalcate: se la politica pare il boschetto della fantasia del Vitello dai piedi di balsa la colpa non è di Elio e le Storie tese, ma del funzionamento effettivo della comunicazione politica, nell’eterna Terra dei Cachi. Per dirla con il premier Letta: staremo mandando tutto “in vacca”?

Per capirci qualcosa non guasta un’infarinatura di semiotica medioevale. Nel parlarsi addosso, fra addetti e adepti, i nostri politici si esprimono infatti in un equivalente del tardo latino della Summa Theologica e delle disputationes scolastiche. Un esempio lo danno il tenore burocratico e formale e il lessico giurisprudenziale della fatwa lanciata da Beppe Grillo su Adele Gambaro: «Ha rilasciato dichiarazioni lesive per il M5S danneggiandone l’immagine con valutazioni personali. L’espulsione della Gambaro va ora ratificata dagli iscritti al portale al 31 dicembre 2012 con documento digitalizzato». Il vaffanculo e lo sberleffo usuali non sono parsi adeguati alla solennità dell’occasione.
Ma quando i politici si rivolgono al popolo, allora vengono buone le risorse allegoriche e paraboliche che già furono alla base della pittura sacra, con le relazioni fra immagini e concetti codificate nei bestiari e poi nei repertori iconografici, nelle imprese e negli emblemi. Pitture, sculture, testi popolati di leoni, pavoni, sfingi, lonze e lupe che oggi è facile designare come antenati diretti dei relativamente recenti «cavalli di razza» della democristianità, delle volpi in pellicceria nei botta-e-risposta andreo-craxiani, sino agli odierni «lumaconi bavosi» bossiani e al malinconico giaguaro bersaniano. Dai veltri ai Veltroni, insomma. Ma fossero solo gli animali! Ogni essere, animale, vegetale o minerale, vivente o inorganico, animato o inanimato, concreto o astratto è in sé una possibile metafora per illustrare idee, posizioni, proposte, intenzioni, obiezioni, alleanze e rotture.

C’è tutto un trovarobato di oggetti emblematici funzionale alla quotidiana messa in scena: rampe di lancio, tetti sforati, paradisi fiscali e macchine infernali, pollai e suq, mani libere e pugni di ferro, bracci di ferro e pugni sul tavolo, schiene dritte e brache calate, cambiali in bianco (ma non erano assegni, una volta?), tritacarne e gabbie di matti. Due casi eminenti: la «rottamazione » di cui ora Matteo Renzi deve essersi pentito, se intitola il suo libro Oltre la rottamazione (Mondadori: sempre che sia un «oltre» di superamento, e non di accanimento); i «gol» che sono la metafora più consueta di Angelino Alfano («il rinvio dell’Iva è un gol segnato in zona Cesarini»), mentre Enrico Letta predilige quella ciclistica del Gran premio della montagna.

Qui si può osservare il tipico andamento di fioritura della metafora: il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, dice, quasi banalmente: «Siamo tutti sulla stessa barca». Susanna Camusso lo rimbecca: «Questa barca è fatta in modo davvero strano perché troppi lavoratori stanno in sentina a lavorare e tanti imprenditori sul ponte di comando ad investire in immobili». Come un punto si può estendere in un segmento, così la metafora è diventata un’allegoria. Il velo analogico consente soprattutto di dire senza nominare: chi può, coglierà il messaggio; chi non può o non sa, si accontenterà di un’allusione.

Nell’ultimo periodo la tendenza alla proliferazione metaforica sembra essersi accentuata, in particolare con la pur incompiuta ascesa di Pier Luigi Bersani (che già da ministro ci aveva dato dentro con le sue «lenzuolate»). Fra ruote che girano e bambole da pettinare, da leader del Pd Bersani è parso catturato da un’ebbrezza jacovittiana il cui sintomo più netto si ebbe quando affiancò il suo imitatore Maurizio Crozza, lo imitò a sua volta, riprese l’ideuzza della smacchiatura del giaguaro e infine, con qualche sgomento dell’audience, sfoggiò la perla del tacchino sul tetto. La mancata nomina a premier e la perduta poltrona di segretario non lo hanno tacitato: come una vecchia gloria che torna in scena a rifare uno dei numeri che l’hanno resa celebre, di tanto in tanto ne tira fuori un’altra. L’ultima è quella dell’asparagiaia: «Il contadino sa bene che può crescere un asparago bello lungo un anno e un asparago più corto un altro anno». Parlava di lunghezza delle leadership (forse): ma la mente non può che ritornare al capolavoro in cui l’umorista Achille Campanile cercò punti di contatto fra asparagi e immortalità dell’anima e concluse che ce n’erano tanti quanti fra immortalità dell’anima e carciofi. Cioè: nessuno.

Come dire che tutte queste figure con cui i politici illustrano il loro dire finiscono per prendere autonomia, perdere le relazioni con il mondo e costruirsene uno a sé. Cercarvi il senso sarebbe come chiedersi il perché delle lische, dei salami e dei dadi da gioco che popolano i calpestii nelle tavole del già menzionato Jacovitti. Di questa autonomia dei veicoli metaforici si ha prova nei casi, sempre più abbondanti, in cui le metafore si incontrano, incrociano e ibridano, formando aggregati figurativi che non hanno proprio nulla da invidiare a Salvador Dalí. Quando proprio Bersani ci ammonisce a non «scimmiottare il pifferaio», quando un promettentissimo (in materia) Fabrizio Barca dà l’allarme perché la protesta e l’antipolitica potrebbero essere fomentate dalla sabbia gettata negli ingranaggi, quando si evocano uominimegafono e accordi-ombrello allora tutto diventa possibile. Né pare più molto strano un titolo di giornale in cui si dice che «Berlusconi accelera sul cambio». Anzi, proprio le incongruenze e le interferenze convincono i destinatari di questi variopinti messaggi che si tratta perlopiù di giochi di ruolo e battute teatrali. La realtà sta altrove, la si intravvede solo grazie a occasionali coincidenze e omonimie. Dopo piazza Taksim, per esempio, chi insisterà ancora a chiamare «giovani turchi» certi esponenti del Pd, di altrimenti malcerta identificazione?



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