La domanda giusta

 

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La Domanda Giusta –

di Giovanni Vetritto

Quel benedetto uomo di Karl Popper ci ha insegnato che l’umanità può passare secoli a cercare la risposta alla domanda sbagliata. E che scopo della politica non dovrebbe essere quello di buttarsi a trovare le risposte, ma piuttosto quello di fare innanzitutto la domanda giusta.

Nel chiacchiericcio attuale sulle riforme istituzionali, che diventa vera e propria diseducazione civile nei vergognosi talk show televisivi di tutti i canali, ha avuto proprio per questo l’effetto di una folgorazione l’affermazione di Fabrizio Barca la sera di martedì 2 luglio nel corso della trasmissione “In onda” su La7: la questione di fondo della politica italiana, che ci chiama tutti a schierarci in un dibattito pubblico fondante, è se il Paese soffra di un deficit di autorità o se soffra di un deficit di conoscenza e partecipazione.

In definitiva, proprio di questo si tratta. Il fallimento del Governo Monti, l’illusione a sua volta tecnocratica che esista una one best way sulla quale possano convergere destra berlusconiana, centro montiano e sinistra postcomunista in un governo delle soluzioni aprioristicamente “giuste”, il tracollo della partecipazione elettorale in tutte le ultime consultazioni sia politiche che amministrative, la delegittimazione dei partiti prima ancora che della politica come processo ineludibile di coesistenza degli ”animali politici” aristotelici: tutti questi fenomeni sono il cuore della crisi italiana.

Le vere questioni sul tappeto, che si riducono, in definitiva, proprio a quel dilemma; e che a quel dilemma danno, per chi abbia occhi, una risposta cristallina nella sua evidenza.

La progressiva concentrazione del potere come risposta alla complessità del presente, l’illusione della possibilità di tagliare con la lama del decisionismo il nodo gordiano della legittimazione democratica delle scelte collettive sono scogli sui quali sta naufragando la già gracile democrazia italiana.

Ostinarsi su quella rotta è a questo punto quasi demenziale, a fronte della solare evidenza del nuovo ruolo, della inedita centralità della conoscenza in tutti i principali fenomeni sociali nella modernità tecnologica e globalizzata. Perfino l’impresa, che con Taylor e la prima teoria dell’organizzazione scientifica del lavoro aveva a lungo inseguito l’ideale della determinazione top down e della mera esecutorietà del comportamento organizzativo, oggi ridefinisce processi e strutture sul presupposto propriamente epistemologico per il quale la conoscenza utile a risolvere i problemi è per definizione diffusa tra una molteplicità di attori sociali.

La critica intelligente della scuola austriaca (à la Von Mises) alla vecchia e ingenua teoria della pianificazione si è ormai dimostrata oltre ogni dubbio corretta, ma trova in tutti i fenomeni sociali una risposta non banale, piuttosto che nella ipostatizzazione del mercato come regolatore unico della complessità sociale, in articolati processi di integrazione delle conoscenze. Perfino nell’arena più paradigmaticamente deterministica, appunto quella dell’impresa.

Che si possa fare a meno di processi di questo tipo nella ben più complessa arena della democrazia, eleggendo ogni 5 anni un demiurgo onnipotente, è una teoria stracciona che sconta una pressoché totale inconsapevolezza del presente. Anche la preoccupazione, da più parti avanzata, per la quale più ampi processi di consultazione e raccolta delle conoscenze impedirebbero decisioni tempestive, è una sciocchezza praticamente dimostratasi tale: l’Italia è impiccata da anni a una decisione calata dall’alto per presunte ragioni di efficienza, come quella sulla TAV in Val di Susa, ottenendo solo attentati e opposizione sociale; mentre proprio Barca, come Ministro per la Coesione del Governo Monti, ha saputo risolvere in poche settimane un delicatissimo problema di localizzazione infrastrutturale (l’attraversamento o meno di Acerra per la ben più utile tratta ferroviaria ad alta capacità tra Napoli e Bari) presidiando con vera apertura, impegno diretto e convinzione un franco processo deliberativo.

Per tutte queste ragioni la maniera in cui Fabrizio Barca imposta il problema è corretta e ci chiama a una chiara presa di posizione. Perché non parte da una ipostatizzazione ingenua della democrazia diretta e della volontà della “gente”, ma da una impostazione epistemologicamente corretta del problema chiave della modernità: la raccolta e l’uso della conoscenza, appunto, in contrapposizione a una mitizzazione medievale del principio di autorità.

Perfino su un medium che pare fatto per le semplificazioni più dannose, come Facebook, Barca riesce a porre la questione con rara efficacia: “La conoscenza è diffusa: se pensate che io sbagli, allora è giusto avere un Cesare e mobilitare il partito ogni 5 anni”. Amen.

Se vorrà uscire dall’attuale pantano, la politica, tutta, dovrà schierarsi sul dilemma della conoscenza o dell’autorità in politica.

Tanto per la ricostruzione dei partiti, tutti, quanto nella selezione del personale politico per le cariche istituzionali, quanto per la revisione degli assetti istituzionali.

Piero Gobetti ci ha insegnato che sempre più la dialettica politica sarebbe stata, già nel ‘900, non tra libertà e dittatura, ma tra libertà e unanimità.

Barca ha rotto oggi, in una normale prima serata televisiva, l’unanimità inutile di un dibattito sbagliato. Con la domanda giusta. 



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