Il patto del Grano

Il patto del Grano

 

E se Enrico e Matteo si incontrassero in un ristorante romano per siglare un accordo, come quello che strinsero Blair e Brown al Granita? Un miraggio estivo. La fiction politica di “Europa”

Il patto del Grano

D’abord, comme d’habitude, je n’ai rien compris à ce qu’il m’a raconté. Et, comme je m’ennuyais beaucoup en l’écoutant, je me suis mis a jouer avec une feuille de papier, que j’ai froissée. J’en ai fait une boule avec laquelle j’ai joué avec ma règle. J’ai fait une fausse manoeuvre et la boule de papier est tombé sur le sol, entre mon bureau et lui. Eh bien, savez-vous? Il s’est mis à quatre pattes pour la ramasser …

François Mitterrand

«Allora, spiegami cosa significa ‘sta cosa della granita».

Non aveva tanto tempo a disposizione, Enrico, al solito, e comprensibilmente. Di lì a qualche minuto avrebbe dovuto incontrare il premier polacco, Donald Tusk, per la consueta stretta di mano nella Sala dei Galeoni. Quell’appuntamento, quasi una convocazione, non passata attraverso Debora, lo aveva raggiunto sotto forma di DM, di messaggino via Twitter, direttamente sul suo Blackberry, molto Matteo, in pieno Consiglio. Si stava parlando di infrastrutture, non un tema che non susciti l’interesse di Enrico, anzi. E però quando gli si era acceso l’uccellino azzurro dei messaggi diretti sul suo Bold si era subito incuriosito, un colpo di pollice: «Sono a Roma, ancora per poco. Devo incontrare G. Dovrei parlarti urgente di Granita, non scherzo. Dove? Possibile nel pomeriggio? Decidi tu». Non era un twoosh, il tweet perfetto, per un solo carattere.

Enrico sorrise, Lupi parlava e parlava.

«OK. 14.30 al Grano, piazza Rondanini». Chissà cosa avrà voluto dire Matteo con la granita, a parte il caldo di questa estate.

«Enrico, scusa, sto parlando con te», fece il ministro, fissando dritto gli occhi appuntiti nei suoi occhiali. «Ti ascolto, Maurizio, ti ascolto, ma arriva al punto, non siamo a Porta a porta», rispose piccato, non gli capita praticamente mai.

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Il Grano è uno di quei posti perfetti per gli appuntamenti vicino al Palazzo. Capita spessissimo di incontrare i neoparlamentari, in cerca di locali discreti, ma non ammuffiti o turistici, come quelli che infestano gran parte del perimetro che stringe Montecitorio. Con quell’aria svagata, un filo pretenziosa nell’agio consapevole che offre agli avventori, nel menù, nella sala di dietro, quella della libreria, così poco romana (dove questo è il segreto a Roma per attrarre classe dirigente e wannabe, fingere di non essere di queste parti, dare l’impressione che potrebbe essere Milano o Londra o altrove comunque, indurre quel “carino, no?” uscendo che sigilla, come una promessa sospesa, un possibile ricaderci).

Arrivò prima Enrico, accolto comme d’habitude, ci andava già prima con i suoi, quando ancora non era cominciato tutto questo casino, anticipando soltanto di qualche istante Matteo che c’era già stato ma una volta sola, non troppo tempo fa, con Bersani. Un sorriso, una pacca, veloci per non dare troppo nell’occhio. Fuori già sfumato il “dispositivo”, la scorta del Presidente, niente asfissia, mi raccomando, vogliamo respirare e stare tranquilli. Niente portavoce, cosi avevano voluto, lasciando contrariato soprattutto Marco. Intorno già gli sguardi in sala, polpastrelli veloci sul display dei cellulari. Quanto ci sarebbe voluto per ritrovarsi la foto su Instagram?

Un famoso avvocato con la segretaria, un cenno rapido e cortese di saluto, niente giornalisti per ora, pulito come direbbero gli spin doctor, tanto nel giro di pochi minuti staranno lì fuori, come al solito.

Si accomodano dietro, in libreria, nessuno accanto, soltanto loro due; una volta avvertita, Debora ha disposto tutto con la solita cura. Enrico allenta la cravatta azzurra e ordina filetto di triglia e couscous di verdure. Matteo appoggia la giacca blu dietro la sedia, resta in camicia bianca, per lui una tartare di tonno.

«Da bere cosa porto ai signori, acqua? Leggermente?» chiede la ragazza. «Meglio naturale, grazie», risponde il Presidente, anche se avrebbe avuto una gran voglia di una Coca gelata, con il caldo che fa fuori.

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«No, non è LA granita, ma IL Granita, Enrico …». Era chiaro che quel pranzo insieme, organizzato all’improvviso, non fosse solo per fare il punto su questo benedetto congresso. E le battaglie, i maneggi, le cordate. Le regole, Dio, le regole.

Ma che si sarebbe dovuto decidere tutto in quella mezz’oretta strappata al cerimoniale, il Presidente, che pure è un tipo previdente, non se lo aspettava. Il momento, certo, era quello giusto, anzi. Dall’incontro a Palazzo Vecchio non era trascorso troppo tempo, ma le cose si stavano muovendo maledettamente veloci.

«Non fare il blairiano con me, Tony l’ho visto a inizio luglio a Gerusalemme, e certo, si è parlato anche di noi due», lo interruppe Enrico, lo zigomo serrato in un sorriso. Entrambi avevano tirato fuori un foglio di carta sulla tovaglia bianca, per fare ghirigori, sottolineare i concetti, prendere nota.

Di questo, dunque, si doveva discutere. Del Granita, di quel Granita, del famoso Granita, il locale di Islington che adesso, tra l’altro, non esiste neanche più, del patto del Granita, quello che siglò l’accordo tra i due arcinemici, Blair e Gordon Brown, per chi si sarebbe preso laleadership del partito prima e dell’esecutivo poi, senza troppi spargimenti di sangue. Ne sarebbero venuti quindici anni di governo del paese nel segno del Labour. E infiniti lutti, come nella guerra della Due Rose, tra i due eserciti rivali, una lunga coda di odio, morti e feriti, ma anche la più appassionante e duratura esperienza riformatrice in Europa dal dopoguerra a oggi.

«Ascolta, possiamo fare finta di niente, chiuderci con i nostri, vestire la corazza e darci battaglia a distanza, al congresso, e poi nelle primarie, a viso aperto, chi vince vince»: Matteo si sporge in avanti, lo guarda negli occhi, mentre Enrico addenta un crostino. Nonostante l’aria condizionata, comincia a fare caldo anche là dentro. È agosto, dopo tutto.

«Oppure …»

«Oppure?»

«Oppure, possiamo prendere atto che siamo complementari, perfettamente complementari, come due mezze mele, e prenderci noi il partito e provare a cambiare questo paese. Non cedere alla forza di gravità dei caratteri e dei nostri che ci spingono ad armarci e a fargliela vedere. Fare un patto, sì, un patto, lo so che non è nel mio stile proporlo, e lo sai che non è per paura, non sono uno che si spaventa, ma per rispetto nei tuoi confronti, posso dirlo? degli italiani che un po’ se lo aspettano. So che hai visto l’ultimo sondaggio della Ghisleri, dice questo no? E perché, last but not least, penso che sarebbe la cosa giusta da fare». Enrico lo guardava, e pensava alla difficoltà di fermarlo, anche solo di interloquire, quando Matteo attacca a parlare, impetuoso, veloce.

«Tutto giusto, figurati», fece di rimando il Presidente, dopo un istante di imprecettibile esitazione. «Anzi, ti fa onore, non me lo aspettavo ed è la seconda volta che mi sorprendi in un quarto d’ora. Ma il punto, Matteo, è proprio quello del Granita; e cioè chi farà Blair e chi Brown tra noi due. Perché gli altri li possiamo anche convincere, non sarà difficile, a Massimo ci penserei io, Dario capisce, se con Walter ci parli tu, vedrai che andrà benissimo. Ma il punto non sono gli altri, siamo noi».

E già, chi avrebbe fatto Blair dei due, stessa cultura politica, stesso spazio, diversissimi per carattere, qualità, tipo Messi e Iniesta, uno cerebrale, l’altro tutto palla al piede, uno poteri forti, l’altro empatico. Stessa fascia generazionale. Ma uno piace alle mamme, l’altro alle figlie. Uno rassicura, solido, l’altro scuote, terremota. Toscani, sì, ma uno pisano, l’altro fiorentino.

All’improvviso, però, mentre parlavano, e si studiavano, come non si fossero mai veramente osservati l’un l’altro, come se si guardassero per la prima volta, loro che si conoscevano da una vita, invece, e duellavano di sguardi e parole, di scenari ed alleanze e triangolazioni, uno dei due che aveva piegato il suo foglio, mentre l’altro argomentava, lo fece cadere con un gesto studiato, ma secco, come fosse per sbaglio, per una distrazione. L’altro non esitò un istante: si chinò per raccoglierlo, veloce, senza pensarci su, senza prevedere o calcolare l’esito di quel riflesso.

Ma il pacchetto si era insinuato sotto il tavolo, era difficile da raggiungere, costringendo il commensale che si era piegato a cercarlo lì sotto, a restarci qualche secondo, in quella posizione scomoda, leggermente imbarazzante, sotto sforzo, sottomessa, eccolo, accanto alla zampa, ma guarda dove si è andato a ficcare, tieni, grazie, grazie mille, figurati, non dovevi, ci sarei arrivato io.

Fu in quel momento, in quel momento preciso, che tutto divenne inesorabilmente chiaro. Chi sarebbe stato Blair e chi Brown di loro due.

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Enrico e Matteo si congedarono di fretta, non appena pagato il conto dopo le solite cerimonie e le battute di rito. I giornalisti erano fuori, neanche a dirlo. I due si prestarono per qualche secondo ai fotografi e alle telecamere, ai cronisti delle agenzie. «Di che avete parlato?», alzò la voce su quella dei colleghi Vasco, come ti sbagli. Seguirono dichiarazioni sussiegose, la grave situazione economica del Paese, i fondi per le città, la solita melina per dribblare le domande, Messi e Iniesta, i cronisti a sbobinare, tanto da ricostruire nei retroscena per il resto del pomeriggio.

Matteo si infilò nell’auto, qualche metro più in là, dentro lo aspettava il portavoce. «Come è andata?», gli chiese ansioso Marco che sapeva quanto fosse importante quel pranzo, già aveva in testa il soundbite per i giornali, «il patto del Grano».

«L’ha capita, Marco, l’ha capita», fece Matteo strizzando l’occhio, guardando fuori dal finestrino, mentre la vettura usciva dal dedalo di vicoli del centro.

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Enrico rientrò in ritardo in sede, qualche minuto, niente di grave, ma non si poteva certo far aspettare Tusk che sarebbe arrivato sotto nel cortile di lì a poco. All’uscita dell’ascensore al primo piano trovò Monica, che sapeva quanto fosse importante quel pranzo, aveva già per la testa un titolo per le agenzie, qualcosa come «il patto del Grano». «Come è andata?» fece, con un filo di voce, mentre Enrico infilava la porta del suo studio, dentro ad aspettarlo il consigliere diplomatico con Gianmarco, Fabrizio, Stefano.

«L’ha capita, Monica, l’ha capita», le rispose il Presidente. La porta si chiuse, gli uscieri le annunciarono che la delegazione con il presidente polacco stava facendo il suo ingresso a palazzo.

@nomfup

http://www.europaquotidiano.it/



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