Femminicidio, figli senza famiglia Stalking, 10mila casi in un anno

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Di Manuela Modica  15 agosto 2013

I cassetti aperti, poi gli armadi. Teresa Matassa il giorno del secondo compleanno del nipote, lo scorso 11 luglio, li mostrava alla stampa: «Ha visto qui, a mio nipote non manca niente».

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– I DATI DEL VIMINALE | Stalking, 10mila denunce in un anno.
Il 30% degli omicidi ha come vittima le donne

– Femminicidio, via di casa i mariti violenti | 
(IL TESTO) | Ecco le norme)

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Gli slip, le magliettine, gli orsacchiotti anche: un ordine impeccabile. L’intera stanza della figlia di Teresa era devota al bambino di lei. Nella prima stanza, invece, sulla destra, il salotto, la bara aperta col cadavere della figlia, Rosi Bonanno, 25 anni, il collo coperto di bende per nascondere le coltellate inflitte dall’ex convivente, Benedetto Conti. Arrivati all’ultimo piano della piccola palazzina in via Orecchiuta, a Palermo, all’ingresso del piccolo appartamento dei Bonanno, Paolo, il padre di Rosi, aveva un solo pensiero: «Ca’ non c’avi a veniri nuddu. Mio nipote adesso è mio figlio, non si azzardino a venire. Mi hanno ucciso una figlia, non mi prenderanno il bambino».

Le coltellate, l’ex che uccide la donna che lo ha lasciato, madre di suo figlio. Il femminicidio. Ma oltre la violenza, la morte, il fatto di cronaca, i titoli e i numeri della mattanza, c’è un seguito molto incerto: che fine fanno i figli delle vittime? Spesso testimoni della tragedia, segnati a vita dal lutto e dall’esperienza stessa della violenza più estrema.

L’ultima storia è quella di Avola: Antonella Russo, 48 anni, ha avuto appena il tempo di lasciare il figlio piccolo che teneva in braccio. A soli 4 anni lui s’è nascosto tra i cespugli mentre il padre sparava alla madre e si uccideva a sua volta. È stato lui a dare l’allarme: «Papà ha ucciso la mamma». Per lui adesso l’incognita dell’affidamento, rimasto senza entrambi i genitori ma con un fratello di 28 anni, e due sorelle, di 22 e 18 anche loro adesso orfani ma maggiorenni.

È andata bene ai Bonanno che seppure in condizioni economiche precarie, sono stati considerati, in prima valutazione, dagli assistenti sociali di Palermo come «stabili», una stabilità tale da essere sufficiente al bambino. Un bimbo di appena due anni, il figlio di Rosi, che il mattino dello scorso 10 luglio è rimasto a lungo sotto lo sguardo della madre. Lei rivolta verso il pavimento, immersa nel suo sangue, non ha chiuso gli occhi finché non è arrivato suo padre, il nonno. Solo allora Rosi se n’è andata.

Il bambino ha visto ogni coltellata inflitta dal padre alla madre. Poi il nonno l’ha portato via. Storie che si accumulano: più di 1500 casi in Italia, secondo uno studio a cura della dottoressa Anna Costanza Baldry, docente di Psicologia all’Università Seconda di Napoli, consulente per casi di violenza contro donne e bambini per l’Onu, la Nato e l’Ocse. Uno studio che si concentra finalmente sui casi di bambini vittime del femminicidio con un risultato lampante: in Italia non è previsto nulla di specifico, nessun protocollo che preveda un percorso per questi orfani un po’ «speciali».

Il tutto è affidato ai tribunali dei minori con ampia discrezionalità caso per caso perché nessuna regola specifica è prevista. Il più delle volte l’affidamento va ai parenti prossimi. Altrimenti non resta che l’adozione come ultima chance ai piccoli innocenti testimoni di vite familiari degenerate in tragedia.Un altro studio è in via di definizione da parte della rete Di.re centri donne antiviolenza. Racconterà le storie di chi, come nel caso del carcere di Lecce, decide di andare a trovare il padre assassino della madre. Oppure quello di tre figli divisi. Questa volta nel milanese dove la più grande, prossima alla maggiore età è stata affidata a una parente, gli altri due sono stati affidati, invece, ai nonni materni, finché gli stessi nonni non hanno dichiarato forfait per la crescita dei nipoti a causa di gravi problemi economici.E nessuna legge esiste attualmente che preveda un’assistenza economica per questi minori, i cui genitori sono entrambi morti oppure col padre in carcere. «Anni fa mi sono occupata di un femminicidio avvenuto a Napoli – raccontava qualche giorbno fa la dottoressa Baldry a La Stampa – La coppia aveva una figlia e un figlio piccoli. Siamo andati a vedere a distanza di anni come si era evoluta la loro vita: la ragazza era finita nel giro della prostituzione ancora minorenne, il ragazzo era entrato nella criminalità».

Eppure in Basilicata un tentativo in questo senso c’è stato: una proposta di istituire un fondo regionale per questi casi fatta nel 2011. Mentre il governatore del Lazio Nicola Zingaretti ha annunciato un legge regionale per garantire il diritto allo studio delle figlie di Michela Fioretti, l’infermiera di Ostia uccisa dall’ex marito, guardia giurata. Leggi regionali – ancora annunci dalle trafile impervie e lunghe – per casi che non risparmiano nessuna regione, da nord a sud. Ma fino a questo momento sono solo casi isolati o sporadici dettati più dall’emozione che il caso solleva.

Poi quando i riflettori si spengono e i giornalisti se ne vanno il problema non esiste più. Una seria riflessione su come dare un futuro, una speranza a questi bimbi o ragazzi che hanno visto in faccia l’orrore più vicino ancora nessuno l’ha fatta e ha intenzione di farla. L’Italia oltre la cronaca non riesce a guardare.
http://www.unita.it/italia/donne-uccise-figli-legge-famiglia-vittime-femminicidio-futuro-tribunale-adozione-affidamento-1.516154?page=1

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