I Rischi del Compromesso – di MARC LAZAR

I rischi del compromesso

stretta-di-mano

di MARC. LAZAR   30 Agosto 2013
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In  una politica  democratica i compromessi sono necessari per governare. Ma deve essere chiara  la loro ragione, e quindi  deve esser noto il progetto politico di ciascuna delle parti. Oggi non si capisce che cosa vuole il PD. La Repubblica, 30 agosto 2012, con postilla

Mentre Silvio Berlusconi proclama a gran voce la soppressione dell’Imu come una sua vittoria personale, Enrico Letta e i dirigenti del Pd ne parlano come di un buon compromesso. E subito si è acceso il dibattito su quale sia l’interpretazione giusta. Fin da merco-ledì, dall’una e dall’altra parte si sono messi in campo numerosi argomenti economici, tecnici e politici. Ma per il centro – sinistra e per la sinistra, questa decisione pone un altro grande problema: qual è, esattamente, il senso di un compromesso? È un interrogativo che merita di essere posto al centro dei dibattiti del Pd, nella prospettiva del suo Congresso.

Lasciando da parte i governi di unità nazionale costituiti in caso di guerra, e quelli formatisi in molti Paesi europei all’indomani del secondo conflitto mondiale, in fatto di compromessi possiamo ricordare due grandi esperienze. In Italia si pensa inevitabilmente al compromesso storico proposto da Enrico Berlinguer alla Democrazia Cristiana quasi esattamente quarant’anni fa, nel settembre 1973, all’indomani del colpo di stato in Cile. Nella Penisola e all’estero, quella formulazione fece scorrere fiumi d’inchiostro, e continua anche oggi a suscitare controversie tra gli storici sul suo preciso significato. L’allora segretario del Pci si proponeva di uscire dall’impasse politica nella quale il Paese si trovava bloccato. In un primo tempo questa strategia, in parallelo con le sue iniziative euro-comuniste, favorì notevolmente il Pci, premiandolo nel 1976 con una netta avanzata elettorale; ma al tempo stesso creò divisioni nel partito, e fu oggetto di violente critiche da parte della sua ala sinistra. Nei suoi successivi sviluppi, la strategia del compromesso storico portò a una politica di solidarietà nazionale, anche in risposta alla sfida del terrorismo; ma non permise al Pci di conquistare gli obiettivi perseguiti dal suo leader. La Democrazia Cristiana, a sua volta divisa sulle risposte da dare, gli precluse l’accesso al governo, e i comunisti si accontentarono di dare il loro sostegno parlamentare agli esecutivi. Il Pci finì così per dilaniarsi e logorarsi; e non riuscì a uscire dal suo isolamento, che anzi si accentuò a partire dal 1980. In generale, in Italia il popolo di sinistra – o quanto meno, le sue fasce più anziane – ricordano quell’esperienza senza entusiasmo, se non con amarezza.
In molti altri Paesi europei – come in Germania, in Austria, in Belgio, in Olanda, in Lussemburgo – grazie ai sistemi elettorali in vigore e a una serie di caratteristiche nazionali, il compromesso concorre al funzionamento del sistema politico. Il caso più noto è ovviamente quello della Grosse Koalition, costituita in Germania, a livello federale, dal 1966 al 1969, e più recentemente dal 2005 al 2009. La Spd e la Cdu-Csu accordarono su precisi programmi di governo, pur affrontandosi poi nella contesa elettorale.Ma a sinistra il compromesso riveste un’accezione diversa, sia a livello teorico che pratico. Storicamente, per la socialdemocrazia il compromesso costituiva in effetti un metodo politico, e una componente della sua identità riformista, a fronte delle chimere di rottura rivoluzionaria. Apparso negli anni 1930 in Svezia, ed esteso poi, fino alla fine degli anni 1970, a tutti i partiti socialdemocratici europei assurti al potere, il compromesso presupponeva una collaborazione con i sindacati per stabilire rapporti di forze favorevoli al mondo del lavoro rispetto al capitale, e ottenere così, attraverso il negoziato con le organizzazioni padronali, una serie di vantaggi sociali: una politica ambiziosa, all’origine del welfare del Nord Europa.
Ma la situazione nell’Italia di oggi è diversa. Il governo di larghe intese, improvvisato con abilità e intelligenza da Giorgio Napolitano e da Enrico Letta, era dovuto e forzato. L’esecutivo opera in condizioni estremamente difficili, e tenendo conto delle circostanze inedite sta compiendo un buon lavoro, peraltro riconosciuto a livello europeo e internazionale. Quest’esperienza ha però suscitato scetticismo a sinistra, dato che molti simpatizzanti non accettano un’intesa con i berlusconiani. Soprattutto dopo la condanna del Cavaliere pronunciata dalla Cassazione, e ora con la soppressione dell’Imu, che il Pdl brandisce come un trofeo. Tutto questo dà la sensazione – vera o falsa, ma questa è un’altra questione – che il presidente del consiglio e il Pd si ritrovino sulla difensiva.  Ragione di più per il Pd per definire nel modo più chiaro i termini e le prospettive del compromesso attuale, ma anche di quello che potrebbe dover ricercare in futuro con altre forze politiche. Oggi la sua navigazione a vista, per cui un giorno difende il governo e il giorno dopo ne prende implicitamente le distanze, risulta incomprensibile.
Quello che serve al Pd è una vera road map. Per il Pdl, al di là delle sue divisioni interne, il senso del compromesso è l’impunità di Berlusconi: sottrarlo alla sua condanna, e prepararsi alle prossime scadenze. Ma per il Pd, cosa significa in concreto? Quali sono le priorità? Quali i limiti invalicabili, ovviamente nella vicenda Berlusconi, ma anche su altri temi, per non rinnegare la sua appartenenza alla sinistra? Quali progressi può conseguire, ad esempio sulla riforma elettorale, sulle politiche economiche, sulla scuola, sulle iniziative in favore dei giovani, delle donne, degli immigrati? Definire i contenuti di questo compromesso e le ragioni per le quali lo sta mettendo in pratica in questo momento non è soltanto una necessità elettorale per il Pd, in vista della prossima chiamata alle urne. È un modo per ripensare la sua identità e il suo riformismo. Non dimentichiamo che il compromesso rappresenta un crinale: in qualunque momento, può bastare una caduta per compromettere chi lo percorre.
Traduzione di Elisabetta Horvat 

Postilla Anche osservatori solitamente acuti e ben informati delle vicende politiche contemporanee dimostrano di non aver compreso il significato del “compromesso storico” proposto da Enrico Berlinguer all’indomani dell’aggressione imperialistica al Cile di Salvador Allende, ma lo riducono a ciò che avvenne all’indomani dell’assassinio di Aldo Moro: cioè alla riduzione della strategia berlingueriana alla tattica del “dopo Moro”. Il “compromesso storico “aveva, appunto, una dimensione “storica: andava al di là di un accordo “politico” legato alla contingenza. Non era indirizzato alla Dc di Tambroni e Andreotti, di Segni e di Fanfani, ma alle forze sociali e ideali  -di matrice socialista e comunista, cattolica, laica – che trovavano le ragioni di un’intesa nell’interesse comune per la difesa della pace nel mondo e nella critica al sistema capitalistico.

Invitiamo a leggere, o rileggere, il famoso saggio di Enrico Berlinguer, e a meditare a partire dalle parole che lo concludono e riassumono: «La gravità dei problemi del paese, le minacce sempre incombenti di avventure reazionarie e la necessità di aprire finalmente alla nazione una sicura via di sviluppo economico, di rinnovamento sociale e di progresso democratico rendono sempre più urgente e maturo che si giunga a quello che può essere definito il nuovo grande «compromesso storico» tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano». E magari a leggere le pagine che hanno dedicato alla proposta di Berlinguer storici come Paul Ginzborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Torino 2006, p.478 e segg.).
Chi lo leggerà nella sua interezza potrà comprendere quanto quella proposta fosse diametralmente opposta da quelle dei Napolitano e dai Letta dei nostri tempi, e come mettere sullo stesso piano il “compromesso storico” con le “larghe intese” assomigli a confondere, che so io, Barack Obama con Renato Brunetta. E comprenderà anche, forse, perché Aldo Moro, il politico che poteva avere le orecchie più aperte all’ascolto della strategia di Berlinguer, ha dovuto essere assassinato.
http://www.eddyburg.it/2013/08/i-rischi-del-compromesso.html
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