Il Pd dice stop al dribbling fiscale di Google

google

di Raffaella Cascioli 

pubblicato il 13 settembre 2013

Google, ormai da anni consumata surfista nell’agitato mare del fisco italiano, potrebbe d’ora in poi non riuscire più a cavalcare con tanta disinvoltura l’onda nel Belpaese. Il Pd ha infatti presentato due emendamenti alla delega fiscale che, insieme alle altre 268 proposte di modifica, saranno votati a partire da martedì prossimo in commissione Finanze della Camera.In sostanza, se gli emendamenti fossero accolti, Google e le altre multinazionali del web saranno costrette a pagare le imposte in Italia per le attività riferibili al nostro paese. I due emendamenti dem, il cui primo firmatario è Ernesto Carbone, affrontano il problema posto anche in sede Ue delle imposte che le grandi multinazionali dovrebbero pagare nei paesi in cui operano e a cui tuttavia sfuggono riuscendo a districarsi tra la globalizzazione e la digitalizzazione.Nell’illustrare gli emendamenti il capogruppo Pd in commissione Finanze, Marco Causi, ha spiegato come l’intenzione sia di sottoporre a imposizione non l’attività sul web in quanto tale, quanto piuttosto i banner pubblicitari che danno i veri introiti. In sostanza si prevede che «chiunque venda campagne pubblicitarie on-line erogate sul territorio italiano, debba avere una partita Iva italiana, ivi incluse le operazioni effettuate mediante i centri media e gli operatori terzi». Con il secondo emendamento il Pd chiede che si introducano anche in Italia «sistemi di tassazione delle multinazionali basati su adeguati sistemi di stima delle quote di attività imputabili alla competenza fiscale nazionale». Per Causi si tratta sostanzialmente di una sollecitazione alla riflessione indirizzata al governo.Finora Google è riuscita a limitare il pagamento di tasse – suscitando le ire di paesi come Gran Bretagna e Francia, ma anche Italia – grazie ad una attenta pianificazione fiscale.Lo scorso luglio si è appreso che nel 2012 Google Italia, ovvero la filiale italiana del motore di ricerca più famoso al mondo, ha pagato all’erario appena 1,8 milioni di euro a fronte di 52 milioni di ricavi e di un utile pari a 2,5 milioni. Ma c’è di più. Secondo la Guardia di Finanza nel quinquennio 2002-2006 la filiale italiana di Google avrebbe risparmiato 70 milioni di tasse e non pagato 96 milioni di tributi Iva non dichiarando redditi per 240 milioni di euro.
E sempre a luglio un portavoce di Google ha fatto sapere che la multinazionale «rispetta le normative fiscali in Italia e in tutti i paesi in cui opera» precisando che «se ai politici non piacciono queste leggi, loro hanno il potere di cambiarle». Detto, fatto. È quanto il Pd si propone di fare in Italia.

http://www.partitodemocratico.it/doc/260024/il-pd-dice-stop-al-dribbling-fiscale-di-google.htm
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