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L’Iva verso l’aumento. Nuovo casus belli nel governo. Saccomanni cerca una soluzione

 

Olli Rehn è andato da Saccomanni a dire che l’Iva non si tocca? “Rehn se ne torni a casa sua”. In Transatlantico, alla Camera, con qualsiasi esponente del Pdl si parli la linea è quella dettata ieri dal capogruppo Maurizio Gasparri, che aveva bollato il Commissario finlandese come “persona non gradita”. Ma le tensioni si sono acuite dopo l’incontro tra Rehn e il ministro italiano dell’Economia, nel quale è stata messa una seria ipoteca sul blocco dell’aumento dell’Iva ad ottobre.

Autorevoli fonti del ministero dell’Economia hanno confermato all’Huffington Post che spazi di manovra per scongiurare il passaggio dell’aliquota del 21% al 22% non ce ne sono. Anzi. Ieri Saccomanni si è nuovamente impegnato con Rehn al rispetto del del tetto del 3% nel rapporto tra il Deficit ed il Pil. Il problema è che, in realtà, dai conti che sta facendo il Tesoro in queste ore, quel vincolo è già stato sforato. Venerdì Saccomanni presenterà la nota di aggiornamento del Def, il Documento di Economia e Finanza, con le nuove stime con un Pil che dovrebbe arretrare tra l’1,6 e l’1,7% invece dell’1,3% preventivato. Dunque ci sono da trovare soldi, due o tre miliardi di euro, per riportare l’asticella dei conti sotto il 3%. Saccomanni conta di riuscirci con delle rimodulazioni di spesa, ma se facesse slittare anche di solo un altro mese l’aumento dell’Iva i conti davvero non tornerebbero più.

Il punto però, non è solo tecnico, ma anche politico. Nel giorno in cui la giunta del Senato è chiamata al primo voto sulla decadenza di Silvio Berlusconi, la questione dell’Iva è come una secchiata di benzina su un fuoco acceso. Come per l’Imu ad agosto, l’Iva rischia di essere il nuovo casus belli a disposizione dei falchi del Pdl per provare a chiudere l’esperienza del governo Letta e delle larghe intese. Il capogruppo alla Camera, Renato Brunetta, è stato il primo a dare fuoco alle polveri. “Letta smentisca l’aumento dell’Iva e onori gli impegni”, ha detto. Gli ha fatto subito eco il Presidente dei senatori del Pdl, Renato Schifani. “L’aumento dell’Iva? Più danni che vantaggi”. Fabrizio Cicchitto si è di nuovo scagliato contro Rehn, ricordando che l’Italia “non è una colonia”. Mentre il presidente della Commissione Finanze della Camera, Daniele Capezzone, ha bollato l’aumento come “un suicidio politico e un omicidio dei consumi”.

Il Pd, invece, si è messo in una posizione più attendista, anche se in qualche misura scettica. Il deputato Andrea Martella, ha provato a mettere il freno, invitando ad aspettare “perché sull’Iva nulla è deciso”. Il capogruppo in Commissione Bilancio, Marco Causi, all’HuffPost ha spiegato invece che margini sul 2013 ce ne sono pochi. “Qualche ragionamento”, ha detto, “si può fare sul 2014, dove si parte da un deficit Pil dell’1,8%. Insomma, anche se dovessimo arrivare al 2,5% o al 2,6% ci sarebbero spazi finanziari da utilizzare”.

Eppure il governo sull’Iva sta provando a mettere a punto un “piano antincendio” per provare a spegnere le tensioni politiche nella maggioranza. L’idea sarebbe quella di una rimodulazione delle aliquote Iva. Fermo restando l’aumento al 22% di quella più elevata, si starebbe ragionando sulla possibilità di far passare alcuni beni di più largo consumo con alti impatti inflazionistici, nello scaglione più basso, quello del 10%. Qualcuno fa notare anche che l’aliquota minima utilizzata in Italia è quella del 4%, mentre le direttive europee la prevedono al 5%. Ma agire su questa aliquota, che copre i beni di prima necessità, sarebbe molto più “sensibile” che ritoccare quella massima. Basteranno le “rimodulazioni” di Saccomanni a stemperare gli animi del Pdl? Difficile, come dimostra il caso Imu. Ma anche cedere di nuovo alle pressioni di Berlusconi potrebbe essere fatale per il governo. Un rebus difficile da risolvere.

http://www.huffingtonpost.it/2013/09/18/aumento-iva-ottobre_n_3946131.html?utm_hp_ref=italy

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Iva, il primo ottobre scatta l’aumento

Si apre lo scontro sull’aumento Iva  Pdl e Pd: Letta smentisca il rincaro

Il governo rompe gli indugi:  priorità al taglio delle tasse sul lavoro. Decisivi i timori di Bruxelles sui conti
ALESSANDRO BARBERA

Il dado è tratto. Dopo mesi di tentennamenti e un rinvio, il governo ha deciso di rinunciare ad un nuovo blocco dell’aumento dell’Iva. È quanto emerso in queste ore da un confronto nel governo, con la Commissione europea e in particolare fra Letta e il ministro dell’Economia Saccomanni.

A dispetto degli annunci pubblici – lo aveva fatto ieri il premier – la situazione dei conti, già compromessa da una crescita del Pil inferiore alle attese, «impone di stabilire delle priorità», spiegano fonti dell’esecutivo. E le priorità oggi sono due: mantenere il rapporto deficit-Pil entro il 3% e allo stesso tempo trovare le risorse per un taglio delle tasse sul lavoro.

Il solo blocco dell’aumento Iva fino alla fine dell’anno ci costerebbe un miliardo, per renderlo strutturale ne sarebbero necessari quattro. Numeri ormai insostenibili, se si considera che fonti della Ragioneria riferiscono di un rapporto deficit-Pil già abbondantemente oltre la soglia di sicurezza prevista dalle regole europee. Il primo ottobre la terza aliquota Iva salirà dunque dal 21 al 22% come previsto dall’ultima manovra del governo Berlusconi per lo scorso primo luglio.

Ieri Saccomanni ha messo al corrente della decisione il commissario agli Affari monetari Rehn in visita a Roma. Inutile dire che il giudizio (molto negativo) della Commissione sull’abolizione dell’Imu si è fatto sentire. Non solo perché a Bruxelles considerano prioritario far scendere la pressione fiscale sul lavoro (e non sulla rendita immobiliare), ma soprattutto perché le coperture individuate finora sono giudicate molto aleatorie.

Nei contatti riservati di questi giorni Bruxelles aveva avanzato la richiesta di rinunciare al taglio della seconda rata dell’Imu, tuttora scoperto per due miliardi di euro. Ma per Letta la marcia indietro sarebbe politicamente impraticabile, così si è deciso di procedere con l’abolizione dell’Imu compensando i timori di Bruxelles sulla tenuta del deficit con l’aumento dell’Iva. Alternative non ne ha nemmeno la Commissione.

Lo fa capire Rehn quando in conferenza stampa spiega del differente trattamento riservato alla Francia, il cui deficit viaggia oltre il 4%: sull’Italia pesa il debito monstre e la richiesta di chiudere la vecchia procedura di infrazione. «L’Italia deve essere all’altezza degli impegni assunti», come a dire che se la Commissione dovesse certificare l’aumento del deficit oltre il 3% Bruxelles sarebbe costretta a riaprire la procedura, con tutte le conseguenze che questo avrebbe su spread e andamento dei tassi di interesse.

Se tutto andrà bene, e se Bruxelles non ci chiederà di stringere ulteriormente la cinghia sul deficit, la legge di Stabilità prevederà invece una riduzione del cosiddetto cuneo fiscale, le tasse che gravano su lavoratori e imprese. L’ordine di grandezza potrebbe essere fra i tre e i quattro miliardi di euro, sempre che a Saccomanni riesca di imporre i tagli di spesa necessari.

Almeno un miliardo dovrebbe arrivare da una partita di giro, ovvero dalla cessione alla Cassa depositi e prestiti di un miliardo di immobili pubblici, altri spazi potrebbero essere garantiti dall’abbassamento delle stime sul costo degli interessi per onorare il debito pubblico. Venerdì il governo approverà i numeri del Def, il documento di economia e finanza. Quella sarà la prima indicazione utile su quel che Letta e Saccomanni intendono fare nel 2014. Berlusconi permettendo.

Twitter @alexbarbera 

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