Decadenza Silvio Berlusconi. Felice Casson e altri 6 Pd votano col M5s. E dal Nazareno comprendono…

Felice Casson, Laura Puppato, Lucrezia Ricchiuti, Stefania Pezzopane, Donatella Albano, Nadia Ginetti, Corradino Mineo non ce l’hanno fatta. In aula hanno rotto gli indugi sulla proposta del M5s di votare la decadenza di Silvio Berlusconi da senatore il 5 novembre, cioè già la settimana prossima. I sette senatori del Pd hanno votato a favore, schierandosi con i grillini in dissenso dal resto del gruppo Democratico, che con il Pdl ha respinto la richiesta, di fatto preparando il terreno ad un voto non prima della fine di novembre, probabilmente dopo la legge di stabilità.

Complicato. Ma il punto è che, a sei mesi dalla nascita del governo della larghe intese, anche la reazione dei quadri dirigenti Pd al Nazareno è cambiata. Stavolta non parte alcun anatema verso i sette ribelli.

Anzi. Fin da luglio, il segretario del Pd Guglielmo Epifani ha assunto una linea intransigente sulle scadenze che riguardavano i guai giudiziari del Cavaliere, una linea attenta a non determinare conseguenze gravi che peggiorassero le condizioni di vita del Partito Democratico sotto le larghe intese.

Sostegno al governo, ma linea dura contro qualsiasi concessione politica a Berlusconi. Tutto questo, a partire dal caso kazako in poi, l’espulsione di Alma Shalabayeva, primo momento di crisi vera per l’esecutivo.

Ora, il fatto che a fine ottobre non si sia ancora chiuso il caso Berlusconi, condannato definitivamente a fine luglio per frode fiscale, semina nervosismo al Nazareno.

Dove gli uomini del segretario non si scagliano contro i sette che al Senato hanno deciso di compiere lo strappo. Bensì li comprendono, preoccupati per il Pd, che si trova sempre più stretto nella tenaglia tra un governo da sostenere e un Berlusconi da frenare.

L’ipotesi più accreditata in Senato è che il motivo dello slittamento del voto sulla decadenza di Berlusconi stia nella determinazione del governo a mettere prima in sicurezza la legge di stabilità, sulla quale soffiano le minacce di crisi del Cavaliere.

Per questo la conferenza dei capigruppo non avrebbe indicato alcuna data per l’esame d’aula su Berlusconi prima del 22 novembre prossimo.

“Ma più si va avanti e peggio sarà e non è vero che la conferenza dei capigruppo non possa calendarizzare il voto prima che la giunta abbia deciso su voto palese o segreto…”, dice all’Huffpost il senatore Casson, convinto che la partita Berlusconi vada chiusa quanto prima.

La novità delle ultime ore è che anche al Nazareno l’analisi non si discosta molto da quella dell’ex pm, nonostante che poi però il gruppo Dem del Senato si sia dovuto attestare su una linea contraria ai grillini. E’ il segnale che, con Matteo Renzi e le primarie in agguato, la pazienza per le larghe intese sta per scadere anche al quartiere generale Pd.

http://www.huffingtonpost.it/2013/10/29/decadenza-silvio-berlusconi-casson-altri-6-pd-votano-con-m5s_n_4174919.html?utm_hp_ref=fb&src=sp&comm_ref=false

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Presentazione integrale Civati Segretario | Roma, 24 Ottobre 2013

Pubblicato in data 25/ott/2013

ROMA. 24 Ottobre 2013. Al teatro Vittoria di Roma la presentazione di Giuseppe Civati, candidato segretario del Partito Democratico. Introdotta da Andrea Ranieri, la giornata ha visto gli interventi di Elly Schlein, Walter Tocci e Civati.

http://www.civati.it/


Ma i colpevoli sono due di STEFANO RODOTÀ

Rai - Stefano Rodotà ospite a "Eco della storia"

Ma i colpevoli sono due

di STEFANO RODOTÀ   26 Ottobre 2013

L’ipocrisia di chi  s’indigna oggi fingendo di non aver capito  quale lesione dei diritti sia nata  dalle decisioni degli USA di Bush all’indomani dell’11 settembre 2001, accettate da tutti i potenti ed elevato a mantra della “sicurtà”. La Repubblica, 26 ottobre 2013

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Chi aveva decretato la fine dell’età dei diritti, oggi dovrebbe riflettere sul fatto che la prima, vera crisi tra Stati Uniti e Unione europea si è aperta proprio intorno alle violazioni di un diritto fondamentale — quello alla privacy. Ed è una crisi che mostra con chiarezza che cosa significhi in concreto la globalizzazione, quali siano i limiti della sovranità nazionale, di quale portata siano ormai le sfide rivolte alla democrazia attraverso diverse negazioni di diritti.
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L’Europa reagisce, ma non è innocente. Non si può dire che questa sia una sorpresa, una vicenda imprevedibile, se non per la dimensione del fenomeno. Fin dai giorni successivi all’11 settembre, era chiaro che la strada imboccata dall’amministrazione americana andava verso l’estensione delle raccolte di informazioni personali, la cancellazione delle garanzie per i cittadini di paesi diversi dagli Stati Uniti, l’accesso alle banche dati private. Vi è stata una colpevole sottovalutazione di queste dinamiche e sono rimaste inascoltate le sollecitazioni di chi riteneva indispensabile un cambio di passo nelle relazioni tra Unione europea e Stati Uniti, per impedire che sul mondo si abbattesse il “digital tsunami” poi organizzato dalla National Security Agency e provvidenzialmente rivelato da Edward Snowden.

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Angela Merkel ha reagito alla notizia di un controllo sulle sue telefonate. Ma negli anni Novanta si seppe di un sistema mondiale di intercettazione delle comunicazioni chiamato Echelon (gestito da Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Australia, Nuova Zelanda), che riguardò anche Romano Prodi, allora Presidente del consiglio. Le reazioni furono deboli e il Parlamento europeo svolse una indagine assolutamente inadeguata. L’atteggiamento dell’Unione europea, quando ha negoziato con l’amministrazione americana in queste materie, è sempre stato debole, addirittura subalterno, e le pressioni delle lobbies americane continuano a farsi sentire in relazione al nuovo regolamento europeo proprio sulla protezione dei dati personali. Ora Barroso fa dichiarazioni molto dure, che tuttavia hanno senso solo se accompagnate da un profondo cambiamento di linea.

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Tutto questo non diminuisce le responsabilità degli Stati Uniti, gravissime, perché è ormai chiaro che la gigantesca caccia alle informazioni non aveva come fine la sola lotta al terrorismo. Altrimenti non si sarebbero intercettate le comunicazioni di capi di Stato o di governo. Fin dai tempi di Echelon era chiaro che i dati raccolti servivano per conoscere strategie politiche ed economiche, per dare alle imprese americane un di più di informazioni per renderle più competitive rispetto a quelle europee.

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Vale la pena di ricordare le parole dette all’ultima assemblea dell’Onu dalla Presidente del Brasile, Dilma Rousseff, anch’essa intercettata: «Senza tutela del diritto alla privacy non v’è libertà di opinione e di espressione, e quindi non v’è una vera democrazia». E questa dichiarazione è stata seguita dalla cancellazione del suo viaggio ufficiale negli Stati Uniti. Siamo dunque di fronte ad una vera questione di democrazia planetaria, che nessuno Stato può pensare di affrontare da solo, sulla spinta di risentimenti nazionali o personali. Angela Merkel usa parole dure, Enrico Letta invoca verità, François Hollande protesta. Ma loro sono governanti della regione del mondo dove la tutela dei dati personali ha trovato la tutela più intensa, considerata come diritto fondamentale dall’articolo 8 della Carta dei diritti dell’Unione europea. Essi hanno l’obbligo e l’occasione per aprire una fase in cui la tutela dei diritti fondamentali sia adeguata alle nuove sfide tecnologhe, che si traducono in una offerta crescente di strumenti utilizzabili proprio per violare quei diritti.

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Di fronte al Datagate non bastano fiere dichiarazioni di buone intenzioni, e quindi non ci si può appagare delle parole di chi, dagli Stati Uniti, promette misure in grado di “bilanciare le esigenze di sicurezza con quelle della privacy”. Non si tratta di scegliere la via delle ritorsioni, ma bisogna dire chiaramente che, proprio per le dimensioni della vicenda, questa non può essere gestita come un affare interno statunitense. Alcuni punti fermi, comunque, vanno stabiliti subito. Accelerare le nuove normative europee sulla privacy con un rifiuto netto delle pressioni americane. Rendere effettiva la linea indicata dalla risoluzione del Parlamento europeo che ha chiesto di sospendere l’accordo che prevede la trasmissione agli Stati Uniti di dati bancari di cittadini europei per la lotta al terrorismo, già per sé inadeguato per la debolezza con la quale l’Unione concluse quell’accordo. Mettere in evidenza l’impossibilità di proseguire la negoziazione del trattato commerciale in un contesto in cui la fiducia reciproca si è incrinata, sì che non è pretesa eccessiva chiedere agli americani azioni effettivamente risarcitorie e non cedere al ricatto di chi sottolinea i vantaggi di quel trattato, ponendo così le premesse per un perverso scambio tra benefici economici e sacrificio di diritti. E poiché l’intero continente latinoamericano ha adottato il modello europeo in questa materia, è davvero impossibile pensare all’avvio di iniziative coordinate, come esige una situazione in cui la tecnologia non conosce frontiere e, quindi, conferisce agli Stati più forti l’opportunità di divenire potenze globali? A questa globalizzazione delle pure politiche di potenza, incarnate anche dai grandi padroni privati della Rete, bisogna cominciare ad opporre una politica dei diritti altrettanto globale.

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Questa strategia più larga può incontrare l’opinione pubblica americana, dove già le associazioni per i diritti civili avevano avviato azioni giudiziarie e ora vi sono esplicite e diffuse manifestazioni di dissenso. Lì è vivo il “paradosso Snowden”, con l’evidente contraddizione legata alla volontà di perseguire proprio la persona che ha svelato le pratiche oggi ufficialmente ritenute illegittime. E non cediamo al riduzionismo, dicendo che si è sempre spiato e che, tanto, le tecnologie hanno già sancito la morte della privacy. Si è ormai aperta una partita che riguarda proprio i caratteri della democrazia al tempo della Rete, e questo terreno non può essere abbandonato.

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Bisogna, allora, contestare la perentorietà dell’argomento che, in nome della lotta al terrorismo, vuole legittimare raccolte d’informazioni senza confini: da parte di molti, e in Italia lo ha fatto un esperto come Armando Spataro, si è dimostrata la pericolosità e l’inefficienza di raccolte d’informazione che non abbiano un fine ben determinato. Bisogna ricordare che la morte della privacy, troppe volte certificata, è una costruzione sociale che serve alle agenzie per la sicurezza di affermare il loro diritto di violare la sfera privata, visto che ad essa non corrisponde più alcun diritto. E serve ai signori della Rete, come Google o Facebook, per considerare le informazioni sugli utenti come loro proprietà assoluta, utilizzandole per qualsiasi finalità economica, come stanno già cercando di fare. Bisogna seguire la tecnologia e mettere a punto regole nuove per la tutela della privacy, com’è accaduto in passato, e con una nuova determinazione, dettata proprio dalla gravità degli ultimi fatti. Ma bisogna pure chiedersi se gli Stati, che oggi virtuosamente protestano contro gli Stati Uniti, hanno le carte in regola per quanto riguarda la tutela dei dati dei loro cittadini. Se la posta in gioco è la democrazia, né cedimenti, né convenienze sono ammissibili.

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http://www.eddyburg.it/2013/10/ma-i-colpevoli-sono-due.html


Riforma costituzionale, voce ai cittadini di STEFANO RODOTÀ

Riforma costituzionale, voce ai cittadini

di STEFANO RODOTÀ
«Quel che si sta discutendo è l’assetto futuro della Repubblica, l’equilibrio tra i poteri, lo spazio stesso della politica, dunque il rapporto tra istituzioni e società delineato dalla Costituzione, il patto al quale sono consegnate le ragioni del nostro stare insieme». La Repubblica, 23 ottobre 2013
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So bene quanto sia difficile, oggi in Italia, una discussione ispirata a criteri di ragione e rispetto. È quel che sta accadendo per il tema della riforma della Costituzione. Ma questo non deve indurre a ritrarsi da una discussione che trova talora toni sgradevoli. Impone, invece, di fare ogni sforzo perché una questione davvero fondamentale possa essere affrontata in modo rispettoso dei dati di realtà e delle diverse posizioni in campo.
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Quel che si sta discutendo è l’assetto futuro della Repubblica, l’equilibrio tra i poteri, lo spazio stesso della politica, dunque il rapporto tra istituzioni e società delineato dalla Costituzione, il patto al quale sono consegnate le ragioni del nostro stare insieme. Tuttavia, prima di affrontare questioni così impegnative, è necessario ristabilire alcune minime verità.
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Nell’affannosa ricerca di argomenti a difesa della strada verso la revisione costituzionale scelta da governo e maggioranza, infatti, si sta operando un vero e proprio stravolgimento della posizione di alcuni critici di questa scelta. Premono le ragioni della propaganda e così si alzano i toni, con una mossa rivelatrice dell’intima debolezza delle proprie ragioni. Spiace che in questa operazione si sia fatto coinvolgere lo stesso presidente del Consiglio, che non perde occasione per additare i critici come quelli che vogliono rendere impossibile la riduzione del numero dei parlamentari, l’uscita dal bicameralismo paritario, la riscrittura dello sciagurato titolo V della Costituzione sui rapporti tra Stato e Regioni.
Ripeto: questa è una assoluta distorsione della realtà. Fin dall’inizio di questa vicenda, di fronte al “cronoprogramma” del governo era stato indicato un cammino diverso, che sottolineava proprio la possibilità di una rapida approvazione di riforme per le quali esisteva già un vasto consenso sociale, appunto quelle ricordate prima. Se governo e Parlamento avessero subito seguito questa indicazione, è ragionevole ritenere che saremmo già a buon punto, vicini ad una dignitosa riscrittura di norme della Costituzione concordemente ritenute bisognose di modifiche.
Come si sa, è stata scelta una strada diversa, tortuosa e pericolosa, con variegate investiture di gruppi di “saggi” e con l’abbandono della procedura di revisione indicata dall’articolo 138 della Costituzione. I tempi si sono allungati e i contrasti si sono fatti più acuti.
Questo non è un dettaglio, come vorrebbero farlo apparire quelli che, con sufficienza, invitano a guardare al merito delle proposte e a non impigliarsi in questioni meramente procedurali. Quando si tratta di garanzie, la regola sulla procedura è tutto, dà la certezza che un obiettivo così impegnativo, come la revisione costituzionale, non venga piegato a esigenze strumentali, a logiche congiunturali. È proprio quello che sta avvenendo, sì che non è arbitrario ritenere che la strada scelta nasconda un altro proposito – quello di agganciare a riforme condivise anche una forzatura, riguardante il cambiamento della forma di governo.
È caricaturale, e improprio, descrivere la discussione attuale come un conflitto tra conservatori e innovatori. Si stanno confrontando, e non da oggi, due linee di riforma. Di fronte a quella scelta da governo e maggioranza non v’è un arroccamento cieco, un pregiudiziale no a qualsiasi cambiamento. Vi è una proposta diversa, che può essere così riassunta:rispetto della procedura dell’articolo 138, avvio immediato delle tre specifiche riforme già citate, mantenimento della forma di governo parlamentare rivista negli aspetti che appaiono più deboli.
Torniamo, allora, alle questioni più generali. Da alcuni anni si è istituita una relazione perversa tra emergenza economica, impotenza politica e cambiamenti della Costituzione. Con una accelerazione violenta, e senza una vera discussione pubblica, nel 2012 è stata approvata una modifica dell’articolo 81 della Costituzione, prevedendo il pareggio di bilancio. Allora si chiese, invano, ai parlamentari di non approvare quella riforma con la maggioranza dei due terzi, per consentire di promuovere eventualmente un referendum su un cambiamento tanto profondo. La ragione era chiara.
Si parla molto di coinvolgimento dei cittadini e si dimentica che quella maggioranza era stata prevista quando la legge elettorale era proporzionale, dando così garanzie in Parlamento che sono state fortemente ridotte dal passaggio al maggioritario.
Oggi la stessa richiesta viene rivolta ai senatori che si accingono a votare in seconda lettura la modifica dell’articolo 138. Vi sarà tra loro un gruppo dotato di sensibilità istituzionale che accoglierà questo invito, affidando anche ai cittadini il giudizio sulla sospensione di una procedura di garanzia che altri, in futuro, potrebbero utilizzare invocando qualche diversa urgenza o emergenza?
Non basta, infatti, aver previsto un referendum alla fine dell’iter della riforma finale, se rimane un dubbio sulla correttezza del modo in cui quel cammino è cominciato. La discussione sul merito delle proposte assume significato diverso se queste non alterano l’impianto costituzionale e sono già sorrette da consenso sociale, come quelle più volte citate, o se invece implicano un mutamento della forma di governo. Per quest’ultima, nella relazione del Comitato dei “saggi” sono state fatte due operazioni.
In via generale, sono state legittimate tre ipotesi tra loro ben diverse. E poi si è indicata tra queste una sorta di mediazione, definita come “forma di governo parlamentare del Primo Ministro”, che in realtà introduce un presidenzialismo mascherato, costituzionalizzando l’indicazione sulla scheda del candidato premier e ridimensionando così il potere di nomina da parte del presidente della Repubblica e quello del Parlamento di dare la fiducia. Ha detto bene Gaetano Azzariti sottolineando che così si realizza «l’indebolimento della forma di governo parlamentare e il definitivo approdo in Costituzione delle pulsioni presidenziali». Una politica debole cerca così una scorciatoia efficientista attraverso un accentramento/ personalizzazione dei poteri e sembra rassegnarsi ad una crisi dei partiti che, incapaci di presentarsi come effettivi rappresentanti dei cittadini, non sono più in grado di cogliere la pienezza del ruolo dell’istituzione in cui sono presenti, il Parlamento, alterando così gli equilibri costituzionali.
Ma l’assunzione della logica dell’emergenza e della pura efficienza svuota lo spazio costituzionale di tutto ciò che si presenta come “incompatibile” con essa. I diritti fondamentali sono respinti sullo sfondo e si perde il loro più profondo significato, in cui si esprime non solo il riconoscimento della persona nella sua integralità, ma un limite alla discrezionalità politica che, soprattutto in tempi di risorse scarse, deve costruire le sue priorità partendo proprio dalla garanzia di quei diritti. Sbagliano quelli che, con una mossa infastidita, dichiarano l’irrilevanza della discussione sulle riforme di fronte ai bisogni reali delle persone.
Questi vengono sacrificati proprio perché la politica ha perduto la sua dimensione costituzionale, e fa venir meno garanzie in nome di un’efficienza tutta da dimostrare, come accade per il lavoro. Se non si coglie questo nesso, rischiano d’essere vane anche le iniziative su questioni specifiche, e i lineamenti della Repubblica verranno stravolti assai più di quanto possa accadere con un mutamento della forma di governo.
http://www.eddyburg.it/2013/10/riforma-costituzionale-voce-ai-cittadini.html

CONGRESSO del Circolo PD Veritas 25 Ottobre 2013

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CONGRESSO del Circolo PD Veritas 25 Ottobre 2013


I documenti dei candidati al congresso del Pd

Gianni Cuperlo, Matteo Renzi, Gianni Pittella e Pippo Civati hanno presentato le rispettive piattaforme congressuali. Ecco i testi integrali

http://www.europaquotidiano.it/2013/10/21/ecco-i-documenti-dei-candidati-al-congresso-del-pd/#

A pochi giorni dalla presentazione delle candidature a segretario del Pd, Gianni Cuperlo, Matteo Renzi, Gianni Pittella e Pippo Civati (in rigoroso ordine di sorteggio) hanno depositato anche le rispettive piattaforme congressuali. Basati sugli slogan in gran parte già noti, i candidati hanno sviluppato le loro idee sul partito e sul paese in documenti molto ricchi, che riportiamo qui in integrale:

Per la rivoluzione della dignità 

di Gianni Cuperlo

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Cambiare verso 

di Matteo Renzi

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pittella-interna

Il futuro che vale. Per un partito democratico, solidale, europeo 

di Gianni Pittella

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Dalla delusione alla speranza. Le cose cambiano, cambiandole 

di Pippo Civati


F Barca : “Le mie domande a Renzi, Cuperlo, Civati e Pittella”

di 

Se mai ve ne fosse stato bisogno, la costruzione della Legge di Stabilità e le reazioni che ne sono seguite, dentro (prima ancora che fuori) la compagine di governo, ci ricordano che il rinnovamento vero e radicale del paese richiede un rinnovamento vero e radicale dei partiti. Che tornino a coagulare lo straordinario bagaglio di saperi dispersi nelle filiere territoriali produttive e sociali del nostro paese e a tradurli in una visione e nei modi per attuarla.

Perché ciò avvenga i partiti devono recuperare identità di valori, darsi un metodo moderno di confronto – acceso, regolato, aperto all’apporto dell’associazionismo esterno caparbiamente indipendente, verificabile sulla Rete – e un’organizzazione efficace . Sono le idee che ho discusso in questi mesi con circa 14mila cittadini che, iscritti o non iscritti al Pd, considerano questo partito ancora la ciambella di salvataggio del Paese.

Ma ora a questi cittadini e a moltissimi altri non interessa sapere cosa ne pensi io. Interessa sapere cosa ne pensi e cosa intenda fare chi si è candidato a guidare il Pd. Lo leggeremo e con la dovuta franchezza lo discuteremo sulla base delle mozioni che stanno uscendo. Ma già ora, dietro il paravento riprodotto dai media, trapelano alcune intenzioni.

Prendiamo ad esempio quelle di Matteo Renzi, emerse grazie all’incalzare di Sergio Staino e soprattutto al clima franco e allegro – sì, allegro – di una serata fiorentina.

Ecco un estratto:

“In questi anni – ha affermato Renzi in quell’occasione – il partito si è strutturato intorno ai dipartimenti romani. Invece da cosa è fatto il Pd? Da 3 gambe: 1) I circoli, che vanno aperti: il problema non è tenere persone chiuse in una stanza a parlare tra loro. L’importante è portare i circoli là dove c’è la vita vera: nelle piazze, nei luoghi senza rappresentanza. 2) Ci vuole un Pd che con i suoi parlamentari giochi all’attacco e non stia in difesa. 3) Chi fa il sindaco, l’assessore, non abbia paura di considerare il partito come un luogo diverso da sé.”

E ancora:

“Vorrei che il Pd da gennaio facesse una campagna a tappeto, comune per comune, con gli strumenti nuovi di partecipazione che tengano insieme il social network e il colloquio interpersonale; che diano senso ai circoli e agli iscritti e che contemporaneamente valorizzino le nuove forme di comunicazione. Partiamo dal basso questa volta – ha aggiunto Renzi – per decidere la riforma della scuola anziché dire le nostre idee e imporle agli insegnanti sentiamo e facciamoli partecipare davvero. La tua mobilitazione cognitiva seria sugli insegnanti e su quello che loro chiedono”.

Come realizzare tutto ciò, chiedo a Matteo Renzi e agli altri candidati? Visto fra l’altro che la “freschezza che viene dal girare in mezzo alla gente” – per citare di nuovo Matteo Renzi del Corriere del 18 ottobre – un Segretario può ottenerla soltanto se decide di schiodarsi sia da Roma sia da Firenze, viaggiando dal lunedì al sabato in tutti i territori del paese.

Siete d’accordo che per rinnovare il Pd servono almeno 4 delle mie 6 proposte – sulle quali peraltro solo Pippo Civati si è esplicitamente espresso – e un finanziamento pubblico come quello che disegna Piero Ignazi?

O cosa altro proponete, di operativo? Di verificabile una volta eletti? E ancora: quando vi confronterete assieme, all’italiana, non all’americana, sulla “libera associazione” che intendete organizzare? Terrete assieme 5 o 6 incontri, o forse 7, sui temi che ci angustiano, L’Europa, per cominciare?

Intanto e comunque buon lavoro.

http://www.huffingtonpost.it/fabrizio-barca/le-mie-domande-a-renzi-cu_b_4127535.html?utm_hp_ref=italy