[ciwati] – Leggende metropolitane

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[ciwati] 4 ottobre 2013

Ci sono due obiezioni al mio voto di mercoledì, al di là delle ragioni politiche che tutti possono valutare.

La prima dice: ma se non voti come il gruppo, poi come potrai pretendere da segretario il rispetto della linea? Obiezione giusta, per carità, però mi chiedo come sia potuto accadere che mezzo gruppo non abbia votato Marini e un quarto non abbia votato Prodi, senza nemmeno dichiararlo. Eppure il partito era guidato da quelli che ora mi rimproverano, più o meno velatamente, perché c’è una disciplina di partito.

Mi si dirà: ma il problema è politico! Appunto. Ribadisco per l’ennesima volta: il mio (non) voto è in coerenza con quello di aprile e ad esso strettamente collegato. E rafforzato da quello che scrivevo ieri, sul punto politico di prospettiva. Non è uno sfregio, come lo sono state molte altre cose non chiarite, soprattutto quando il Pd ha votato cose molto diverse, per non dire contrarie, al proprio programma elettorale. Che prevedeva il rispetto delle decisioni a maggioranza, ma anche molto altro. Ma su quello si può passare sopra, vero?

La seconda dice: dovevi dirlo al gruppo, che non eri d’accordo.

Ora, le mie posizioni sono note, e a riprova di ciò c’è il fatto che il premier non ha ritenuto di ricevere anche me, come ha fatto con Cuperlo e con Renzi, a Palazzo Chigi il giorno prima, per spiegare qual era l’impostazione radicalmente innovativa che intendeva seguire. Non l’ho ritenuto uno sgarbo, come ha scritto qualcuno, ma una decisione politica. Che assume che Civati è ininfluente ovvero non è d’accordo. La seconda cosa è acclarata, la prima è certa dentro il Palazzo: nel partito lo verificheremo al Congresso.

Al gruppo sono intervenuto più volte, in questi mesi, anche se c’è una certa propaganda (strano, vero?) che dice che non è così: sono intervenuto all’assemblea dei grandi elettori (per chiedere che ci si fermasse prima di andare con Marini in aula, pensate che irresponsabile), sono intervenuto quando il governissimo è stato portato all’attenzione del gruppo (dopo che era stato costituito, perché il richiamo alle regole va bene, ma allora mi permetto di richiamare anch’io quando le regole non sono rispettate), sono intervenuto sugli F-35 (sappiamo poi che si è scelto diversamente da quanto io e altri proponevamo allora), sono intervenuto sulla legge elettorale e ho sempre votato quando ci sono state votazioni.

Anche nelle riunioni decisive della direzione, sono intervenuto. Più o meno sempre, come credo di avere mancato solo a una convocazione, in quattro anni. Sono intervenuto prima e dopo le elezioni. Dicendo cose poco popolari e che non sono state raccolte, se non molto raramente: dall’apertura ai movimenti quando c’era il No-B day (la prima direzione a cui ho preso parte) al mio disaccordo sull’inseguimento dell’Udc, dai referendum sull’acqua (Realacci e io chiedemmo un impegno maggiore) alle Comunali di Milano e Napoli (quando chiesi di crederci un po’ di più), dalle primarie per i parlamentari (che sono state la mia principale battaglia a Porcellum invariato) alla richiesta di prendere parte alla campagna di Arturo Parisi per superare il Porcellum (appunto) sulla quale il Pd fu inizialmente molto freddo, e a tanti altri interventi, nell’analisi del voto e nel consiglio di celebrare un Congresso aperto e senza sbarramenti, a luglio, subito dopo l’intervento in cui Franceschini chiese di chiuderlo ai soli iscritti.

Per altro, due sabati fa sono intervenuto in assemblea nazionale, da candidato, dicendo che per me si doveva andare a votare presto, facendo due cose, la legge elettorale e la legge di stabilità. Altri hanno ripetuto la stessa cosa, come ho ricordato ieri, poi hanno cambiato idea. Legittimo. Avevo anche chiesto che Sel fosse coinvolta con decisione, per ribadire quell’alleanza elettorale che uccidemmo quel pomeriggio di aprile. E puntualmente non è successo, perché ci sono patti elettorali che si possono anche tradire, che cosa volete che sia.

Quello che però vorrei far notare, per gli addetti ai lavori, è che quando abbiamo fatto la riunione del gruppo, non era emerso il quadro politico che mi ha personalmente orientato a non partecipare al voto. Epifani non l’ha spiegata propriocosì, la questione di una nuova maggioranza senza margini di tempo e di raggio d’azione. E devo dire che anche il rinnovato patto di coalizione che era stato promesso nei giorni precedenti è risultato molto vago. E il Pdl per altro si è spaccato sì, ma anche no. E i numeri non si è capito bene quali siano stati e quali siano. E il compasso della maggioranza non si è esteso, ma si è piuttosto ritagliato un pezzo di Pdl, come sapete, per andare avanti, con toni dichiaratamente neocentristi che Epifani non aveva usato, la sera prima. A me è questo che interessa, per intenderci. E non mi pare un dettaglio.

L’ho scritto ieri, a proposito della «maggioranza politica coesa». Ciò che mi ha convinto in una certa direzione, sono state le parole di Letta, alla Camera, oltre a quello che era successo in Senato. E se non sono intervenuto, non è per maleducazione o per snobismo, ma perché stavo cercando di capire qual era la vera novità di questo passaggio e che cosa avrebbe comportato per il futuro.

Certo, a rigore di logica, avrei potuto fare un intervento critico in aula (come mi chiedono gli arrabbiati) oppure chiedere un chiarimento al gruppo, magari con una sospensione della seduta, ma non mi è sembrato il caso.

Non essere d’accordo con me, è legittimo. Dire che sono ininfluente e comportarsi come se non ci fossi (come è successo anche per le regole del Congresso, fino all’assemblea nazionale), anche. Far girare leggende metropolitane, molto meno.

P.S.: nel mio intervento di aprile, al gruppo, dissi tutto quello che leggete qui. E non ho cambiato idea: si dovevano precisare tempi e punti programmatici dell’alleanza, capire come ci eravamo arrivati e come ne saremmo usciti, partire dalla riforma elettorale che non andava rinviata, rispettare il più possibile il nostro programma elettorale, trovare forme di collaborazione con le minoranze e soprattutto con quella votata dai nostri elettori. D’ora in poi, lascerò agli atti di ogni riunione del gruppo queste parole. Promesso.



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