F. BARCA – “IL PD È UN MURO DI GOMMA”

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Il Pd è un muro di gomma

Left – 5 ottobre 2013: Tutti lo tirano per la giacchetta. Ma lui non si candida, non si schiera e continua imperterrito a parlare di metodo e identità. A chi gli mette fretta, Fabrizio Barca ricorda che il Pd ha di fronte a una lunga marcia per cambiare davvero. Anche perchè, denuncia, il gruppo dirigente oppone un muro di gomma a ogni critica. Dopo la memoria di aprile e cento incontri in giro per l’Italia, l’ex ministro che vuole rivoluzionare il Pd esce con la Traversata (Feltrinelli)

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«Dobbiamo rivedere le leggi, sia in Italia che in Europa» di CECILE KYENGE

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«Dobbiamo rivedere le leggi, sia in Italia che in Europa»

di CECILE KYENGE   04 Ottobre 2013
Intervistata da Rachele Gonnelli la ministra di colore esprime sentimenti umani e li traduce in parole sagge. Peccato che il governo a cui partecipa sia quello che è. L’Unità, 4 ottobre 2013
Cecile Kyenge convoca i giornalisti nella sala monumentale di largo Chigi in tarda mattinata. Lo sguardo è serio come sempre solo gli occhi sono un po’ più grandi, lo sguardo fisso come schiacciato dal peso degli eventi mentre confessa di provare «un dolore molto forte per questi morti», «una tragedia immane che ci impone la necessità di affrontare in maniera radicale il tema dei migranti in fuga da situazioni di conflitto». Si associa alle parole del Capo dello Stato nel chiedere «maggiore intensità per dare impulso a nuove politiche che interrompano questa serie di tragedie». La sua richiesta appare però un po’ debole rispetto agli enunciati di partenza: chiede «fin da subito» un coordinamento interministeriale sotto l’egida della Presidenza del Consiglio per mettere in essere un piano comune di aiuto ai profughi e di sostegno alle comunità locali su cui al momento pesa l’onere più grosso dell’accoglienza e della solidarietà. Tutti intorno allo stesso tavolo, lei con i colleghi Alfano agli Interni, Mauro alla Difesa, Cancellieri alla Giustizia, Bonino agli Esteri. È cosciente di una responsabilità molto grande che l’Italia si trova ad avere e vuole condividerla, ma soprattutto insiste sul metodo del dialogo, «la condivisione dice è la prima cosa».Per approntare un piano serviranno mesi. Dopo quanto è successo non sarebbe meglio dare un segnale forte di svolta come l’abolizione della Bossi-Fini?
«Chiedo un coordinamento proprio per affrontare anche la questione delle modifiche delle norme sull’immigrazione, che devono essere riviste all’interno di questo quadro di condivisione e dialogo. Il dialogo è il punto principale e perciò dobbiamo distanziarci nettamente da chi dà messaggi opposti, di paura e di minaccia. Io sono per una legge che parta dalla visione del fenomeno migratorio come fenomeno naturale. Ma le risposte devono adattarsi a tutte le categorie di persone».La Bossi-Fini crea problemi anche alla Libia, da cui gli immigrati partono ma dove non possono tornare, pena l’arresto. Come risolvere questo problema?«Ci sono stati degli accordi, stipulati anni fa, con i Paesi dell’altra sponda del Mediterraneo che vanno presi in esame. Domenica prossima mi recherò a Lampedusa e in questa visita farò accertamenti e cercherò ulteriori risposte. Ciò che è certo è che i migranti fuggono da Paesi in cui ci sono guerre e conflitti e che a tutto ciò deve dare risposta anche una politica internazionale che deve tendere a rafforzare la pace e la democrazia».

L’Europa ci critica per la nostra normativa inadeguata sull’immigrazione ma non dovrebbe fare di più? Si è assunta la sua parte di responsabilità?


«Il Consiglio d’Europa giudica sbagliata la nostra normativa e ci chiede di dare risposte positive che vadano nel senso dell’inclusione, della legalità, della cittadinanza. Durante il nostro turno semestrale di presidenza, che inizierà nel luglio prossimo, l’immigrazione sarà in agenda e già abbiamo iniziato a lavorare sul tema per una nostra iniziativa. Italia e Grecia oggi sono i Paesi più in prima linea rispetto ai flussi migratori. Lo scorso 23 settembre a Roma 18 Paesi della comunità europea hanno avuto un primo summit ed è possibile che l’immigrazione assuma presto un senso di priorità negli interventi. È chiaro che tutti devono rimboccarsi le maniche, non soltanto noi. L’Europa deve fare la sua parte e ad esempio alleggerire le norme comunitarie sulla libera circolazione e la convenzione di Dublino, garantendo nei Paesi d’arrivo la possibilità di un visto di transito per gli asilanti che vogliono andare in altri Paesi, coinvolgendo dunque tutta la Comunità europea per l’ospitalità dei profughi».Cosa pensa della proposta di creare un corridoio umanitario con base nel porto di Lampedusa?

«Modificare le norme per l’immigrazione regolare e creare dei corridoi umanitari sono appunto due risposte all’esigenza di sottarre i migranti al ricatto delle organizzazioni criminali che si occupano di traffico di esseri umani. Se si vuole operare una reale strategia di contrasto dei trafficanti si devono affrontare questi due nodi».Cosa risponde a Gianluca Pini, vice capogruppo della Lega a Montecitorio, che attacca oggi lei e la presidente Boldrini per gli sbarchi?
«Attribuire a me e alla presidente Boldrini la responsabilità morale di ciò che è successo è profondamente offensivo. E credo che sia un insulto anche a tutti i cittadini italiani si stanno adoperando per aiutare i superstiti. Questo attacco in queste ore è per me un punto di non ritorno nel rapporto con questi signori. Io cerco soluzioni, loro fomentano odio e paura, la distanza è ormai incolmabile».

L’agenda politica che serve al paese – di STEFANO RODOTÀ

 

 

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L’agenda politica che serve al paese

 

di STEFANO RODOTÀ   03 Ottobre 2013

Lavoro, Europa, Beni comuni, Diritti civili, Iniziativa legislativa popolare, Eguaglianza: ecco i titoli di una nuova agenda del fare, se davvero si volesse cambiare, in meglio. La Repubblica, 3 ottobre 2013

Stiamo vivendo il grado zero della politica. E in questo vuoto di politica rischia di precipitare l’intera società italiana, sì che diventa sempre più evidente che solo una riflessione severa può consentirci di non rimanere impigliati in aggiustamenti mediocri che finirebbero inevitabilmente con il peggiorare la situazione.

Dobbiamo prendere atto che si è corso un azzardo politico, e ora ne stiamo pagando il prezzo, prevedibile e elevatissimo. Era nato un governo fin dall’inizio prigioniero delle smanie di un autocrate, come ormai riconoscono i suoi stessi seguaci. E le costrizioni imposte all’azione del Governo sono state rese ben evidenti da due semplici fatti. Lo stallo infinito intorno alla questione dell’Imu, imposto dalla volontà di soddisfare una promessa elettorale di Berlusconi, mentre svanivano quelle del Pd.

L’impossibilità di affrontare il nodo della riforma della legge elettorale, malgrado le ripetute sollecitazioni del Presidente della Repubblica, che era giunto fino a farne una delle ragioni costitutive del nuovo Governo e della maggioranza delle larghe intese.

Tutto questo è avvenuto in un contesto ben più insidioso, fatto di fibrillazioni continue che hanno privato la politica di ogni orizzonte temporale e di senso.

Fin dal primo momento, il Governo Letta è stato oggetto di continue, insistenti sollecitazioni da parte dell’infedele alleato di governo, che rattrappiva le “larghe” intese in una quasi quotidiana negoziazione, che imponeva le questioni prioritarie, fissava paletti, con una pressione che assumeva spesso le sembianze del ricatto.
Mentre l’orizzonte apparente era quello di diciotto mesi, del cosiddetto “cronoprogramma”, quello reale si rivelava sempre più angusto.
Settimane prima, giornate poi, fino a giungere alle indegne vicende dell’ultima fase, quando ci si è ridotti ad interrogarsi di ora in ora sulla possibile sopravvivenza del governo.
Di fronte ad una situazione così drammatica il Pd ha mostrato una gran debolezza, considerando come unico e supremo bene il solo fatto che il Governo riuscisse a durare.

In questo modo la politica è stata privata di ogni significato, ridotta a pura schermaglia, ha rivelato una trama sempre più misera, intessuta di illegittimi interessi personali, con aggressioni a chiunque, persino nella maggioranza o nello stesso Governo, cercava di introdurre qualche barlume di ragione, di aprire qualche spiraglio verso una più larga comprensione delle questioni reali.

Già pesantemente insidiata da una sostanziale sottomissione all’economia e ai suoi diktat, la politica è stata così immersa in un presente senza prospettive, nell’affanno di emergenze di cui non si coglieva più il significato.

Questo dissolversi della politica ha finito con l’incarnare un estremo paradosso. Una politica governativa fragile fino all’inesistenza si è aggrappata ad una immaginaria grande politica costituzionale.

Poiché questa ha bisogno di tempi più lunghi di quelli scanditi dagli affanni del giorno per giorno, si è pensato che in tal modo il Governo avesse contratto una sorta di assicurazione sulla vita.
E invece si è di fronte ad una stanca coazione a ripetere, al tentativo di un intero ceto politico ormai in confusione di scaricare tutte le responsabilità della situazione presente sulla Costituzione.
Un diversivo divenuto pericoloso, poiché una seria politica costituzionale può nascere solo da una adeguata riflessione della politica su se stessa.
Mancando questa riflessione, divenuta la politica ufficiale sempre più regolamento di conti all’interno di oligarchie, era inevitabile che la riforma costituzionale assumesse un marcato carattere strumentale, rivelasse la sua natura congiunturale.
Da qui la manipolazione delle regole di garanzia indicate dalla Costituzione, da qui la tentazione d’ogni regime debole di cercare una via d’uscita in un accentramento del potere.

A questo punto una conclusione sembrerebbe obbligata. Un minimo di moralità politica, direi quasi un comune senso del pudore, imporrebbe di non nominare più, in un momento così delicato, i cambiamenti costituzionali, per i quali mancano le condizioni essenziali: un comune sentire dei soggetti politici che a ciò s’impegnano e una loro piena legittimazione.

È del tutto palese, invece, che le forze politiche sono divise su tutto, sono prive di vera cultura costituzionale, sono oggetto di una ripulsa da parte dei cittadini, impietosamente confermata da tutte le rilevazioni demoscopiche, che collocano al di sotto del cinque per cento la fiducia nei confronti di partiti e Parlamento.

Se davvero si volesse cominciare la ricostruzione di un circuito di fiducia tra istituzioni e cittadini, restituendo a questi ultimi una vera “agibilità politica”, la riforma elettorale dovrebbe uscire dalle ipocrisie e dalle convenienze, e divenire la vera emergenza da affrontare subito.

Per fare questo passo, indispensabile per riportare il nostro sistema politico alla legalità costituzionale, servono senza dubbio coraggio e fantasia politica.
Virtù perdute, in un paese che coltiva con delizia lo “stato di necessità”, come alibi permanente per non fronteggiare in modo adeguato i veri problemi e per sottrarsi all’obbligo di restituire alla politica visione e orizzonti larghi.

La politica non è morta, ma rischia di essere coltivata fuori dai luoghi istituzionali.

Da molte parti vengono proposte precise per costruire un’agenda politica che colga i dati di realtà e guardi al futuro.
Ricordo solo alcune parole. Lavoro, considerato fondamento della democrazia come vuole l’articolo 1 della Costituzione, al quale guardare anche nella prospettiva di una riforma complessiva del sistema delle tutele, considerando le proposte tutt’altro che eversive sull’introduzione di forme di reddito garantito.
Europa, come spazio della politica e non della sola economia, dunque non amputato della sua Carta dei diritti fondamentali.
Beni comuni, che evocano le questioni concretissime del regime giuridico della rete telefonica, di servizi idrici rispettosi dei risultati dei referendum del 2011,
della conoscenza in rete di cui non può impadronirsi l’Agicom.
Diritti civili, che tanto hanno giovato ad Angela Merkel, con aperture sulle quali dovrebbero meditare tanti politici che si dicono cattolici.
Iniziativa legislativa popolare, come canale effettivo di comunicazione tra cittadini e istituzioni.
Eguaglianza soprattutto, di fronte a 14 milioni di poveri, quasi il 22% della popolazione.
Utopie concrete, da coltivare, se si vogliono evitare i rischi di un passaggio dalla disaffezione per la politica alla rottura della coesione sociale. 

Montecitorio PD News 1 – 4 ottobre 2013

Notizie in breve dalla Camera dei deputati sui principali temi della settimana:

1. Fiducia al governo Letta;
2. Informativa urgente governo su tragedia Lampedusa;
3. Approvato definitivamente Decreto Cultura;
4. Approvato rendiconto finanziario 2012 e assestamento bilancio 2013.