La politica strategica dei diritti – di STEFANO RODOTÀ

Rai - Stefano Rodotà ospite a "Eco della storia"
di STEFANO RODOTÀ   10 Ottobre 2013
«È tempo di liberare la politica e la vita stessa delle persone dalle pesanti ipoteche, dell’ossessivo riferimento alle sole ragioni dell’economia con consapevolezza piena del fatto che la lotta per i diritti è parte integrante e irrinunciabile della costruzione di una democrazia costituzionale».
Il manifesto, 9 ottobre 2013
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Quando oggi si pensa a diritti fondamentali quali la salute, l’istruzione, la conoscenza, l’accesso a beni della vita come l’acqua o l’aria, non si dice che questi appartengono a ciascuno in quanto cittadino di uno Stato.
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Si dice, invece, che gli appartengono in quanto persona, rompendo così la logica della cittadinanza chiusa ed escludente e mettendo in rilievo che quei diritti accompagnano la persona quale che sia il luogo del mondo in cui si trova.
Con un accettabile tasso di enfasi, si può cominciare a dire che la cittadinanza si proietta in quello spazio comune che è ormai il mondo, che si converte appunto in un common planetario.
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In Italia il riferimento ai beni comuni ha assunto tratti particolarmente forti quando, nel giugno del 2011, ventisette milioni di cittadini hanno votato contro la privatizzazione dell’acqua e la considerazione dei servizi idrici come fonte di profitto.
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Ma questa imponente manifestazione della volontà popolare non ha incontrato soltanto la resistenza degli interessi dei soggetti direttamente coinvolti, cioè i gestori dei servizi.
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Si è dovuta scontrare anche con tenaci resistenze pubbliche, tutt’altro che scomparse, che hanno finito con l’assumere persino tratti di illegalità, tanto che la Corte costituzionale è dovuta intervenire per imporre il rispetto del risultato referendario.
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L’antica profezia di Tocqueville, che già prima del Manifesto dei comunisti aveva indicato nella proprietà «il gran campo di battaglia» dei tempi a venire, trova così continue conferme.
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Qui è oggi la radice del conflitto, divenuto nell’ultima fase particolarmente acuto.
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La proclamata fine delle ideologie, delle grandi narrazioni, nella realtà è stata intesa e praticata come nascita di uno spazio nel quale ha potuto insediarsi l’unica narrazione ritenuta legittima, quella del mercato, che in tal modo si è via via «naturalizzato» e ha assunto le forme dell’unica regola accettabile.
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Su questo dovrebbero riflettere i critici di quella che definiscono l’irrealistica ideologia dei diritti. Il riferimento ai diritti fondamentali, infatti, non solo incorpora principi fondativi e irrinunciabili come quelli di eguaglianza e dignità, ma concretamente si presenta sulla scena globale non come ideologia, ma come concreta narrazione che unisca persone e luoghi, che percorre il mondo in forme inedite, incontra sempre più nuovi soggetti, costruisce un diverso modo d’intendere l’universalismo, fa parlare lo stesso linguaggio a persone lontane, e così fa scoprire un mondo nuovo e appare come la vera, grande, drammatica narrazione comune del nostro presente.
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Una conferma possiamo trovarla ancora sul terreno del lavoro, dove il conflitto determinato dalla pretesa di affidare tutto alla logica di mercato è più evidente, dove l’asimmetria tra i poteri è stata amplificata dalla crisi economica, dove si sono così ridotti gli spazi della stessa azione sindacale.
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È significativo allora che, di fronte ai ripetuti interventi con i quali la Fiat ha preteso di cancellare diritti dei lavoratori, la Fiom abbia scelto la via della tutela della legalità attraverso il ricorso ai giudici, con risultati che né la sola azione sindacale, né la flebile politica erano riusciti a ottenere.
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È una lezione di realismo, e un motivo di meditazione, per chi ritiene che ci si debba affidare sempre e solo alla politica, mentre è del tutto evidente che proprio una intransigente difesa dei diritti, e una consapevole alleanza con essi, possono restituire alla politica le sue ragioni. I diritti non sono altro rispetto alla politica, ne sono parte costitutiva.
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I fantasmi della sicurezza
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L’orizzonte globale non è dominato soltanto dall’imperativo economico, con il mercato che si sostituisce alla società. Un altro imperativo, quello della sicurezza, guida la trasformazione verso una società planetaria della sorveglianza e del controllo. Lo spazio costruito dalla tecnologia, con Internet che si presenta come il più grande spazio pubblico conosciuto dall’umanità, viene continuamente eroso dal combinarsi delle spinte degli interessi di soggetti imprenditoriali privati e di soggetti pubblici che vogliono impadronirsi delle persone e della loro vita attraverso le informazioni.
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Così, le ricorrenti affermazioni sulla morte della privacy, sulla sua scomparsa come regola sociale, pur rispecchiando dinamiche effettive, nella realtà assumono un tono perentorio proprio per offrire una legittimazione materiale alle raccolte di dati personali senza confini e regole. Bisogna essere consapevoli, allora, del fatto che, quando si certifica la scomparsa della privacy, in realtà stiamo accettando la scomparsa di una delle dimensioni, la più importante a dire di molti, della libertà dei contemporanei, espropriati non solo della riservatezza, ma di diritti fondamentali, della costruzione autonoma dell’identità.

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Non a caso l’indignazione ha percorso il mondo dopo le rivelazioni legate alla diffusione di documenti americani riservati da parte di Wikileaks e alla conferma, più che alla scoperta, della rete planetaria di controllo con la quale gli Stati Uniti hanno avvolto il mondo.
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Per molte vie, dunque, la negazione dei diritti mostra come sia sotto attacco la vita stessa, con effetti che possono riguardare l’antropologia delle persone, trattate come puri oggetti.
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Proprio intorno alla vita si coglie con nettezza il congiungersi dei diversi diritti, e la ragione della loro indivisibilità, non affidata soltanto a un riconoscimento normativo.
Si consideri, esempio tra i tanti, la condizione dei bambini.
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Di recente in Germania si è riconosciuta l’azionabilità del loro diritto alla scuola materna e a Napoli è stata ritenuta legittima l’assunzione di insegnanti per assicurare proprio questo diritto anche in deroga ai vincoli di bilancio. Trova così riconoscimento, fin dall’inizio, quel diritto al libero sviluppo della personalità che si specifica ulteriormente come diritto all’autodeterminazione, all’autonomia nel governo della propria vita, che deve essere sottratto alla tirannia economica.
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E qui s’incontrano le questioni complesse della bioetica e del biodiritto, che impongono di considerare possibilità e limiti del ricorso alle opportunità di intervento sul proprio corpo messe a disposizione dalla tecnoscienza.
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Liberare la vita delle persone
Ma questa più intensa riflessione intorno alla persona e ai suoi diritti deve essere condotta in forme che tengano sempre ferma l’essenziale importanza del legame sociale, la cui rilevanza è espressa non soltanto dai riferimenti alla solidarietà.
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Tema capitale è quello dell’accettazione della diversità, meglio di un pieno riconoscimento dell’altro che vada al di là dello schema classico della tolleranza e si manifesti come accettazione e inclusione. Mentre questa si presenta in un numero crescente di Paesi come una linea maestra in materia di diritti, in Italia assistiamo da qualche anno a un ritorno pubblico di omofobia, razzismo, discriminazione. Sembriamo incapaci di vincere le «politiche del disgusto» per lasciare il posto alle politiche dell’umanità.Pur con diversi caratteri, il riduzionismo in materia di diritti incarna da qualche anno le politiche europee, con il loro ossessivo riferimento solo alle ragioni dell’economia. Così non viene soltanto tradita la promessa fatta nel 2000 con la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
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Viene amputata la stessa dimensione istituzionale dell’Unione, poiché l’articolo 6 del Trattato di Lisbona ha stabilito che, dal 2009, la Carta «ha lo stesso valore giuridico dei trattati».
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È tempo di liberare, insieme, la politica e la vita stessa delle persone da queste pesanti ipoteche, con consapevolezza piena del fatto che la lotta per i diritti è parte integrante e irrinunciabile della costruzione di una democrazia costituzionale.


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