La prima regola del partito nuovo? Rispettare le regole

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La prima regola del partito nuovo? Rispettare le regole

Girando per l’Italia mi sono reso conto di quanto sia positivo per il Pd tenere le elezioni  per le segreterie territoriali prima di quelle nazionali.
Girando per l’Italia mi sono anche reso conto di quanto sia positivo il divieto di qualsiasi collegamento tra di loro.
L’articolo 12 Comma 4 del Regolamento per l’elezione del Segretario e dell’Assemblea nazionale del Partito democratico recita infatti così:
“Non sono consentiti riferimenti ed apparentamenti tra i candidati territoriali e quelli nazionali. Analogo principio viene stabilito per i Congressi regionali”.
“Evviva!” E lo dicono in tutta Italia gli associati più impegnati nel rinnovamento del Pd.
Questa misura porta la piattaforma territoriale fuori dalla logica degli schieramenti precostituiti costringendo i vari candidati, stretti dal regime di concorrenza, a parlare di contenuti.
O così dovrebbe.
A dir la verità, girando per l’Italia, mi sono anche reso conto che c’è già chi pensa di infrangere le regole.
E così, qua e là, si sente parlare di questo o quel candidato legato a questa o quella corrente, a questo o quel leader nazionale o, ancor peggio, si sentono storie di pressioni per il solito “candidato unico per dare l’idea di coesione” …
Ma stiamo scherzando?
Sono proprio questi meccanismi perversi a far sì che il panorama territoriale sia “congelato”, da diversi anni a questa parte, su dirigenze cooptate dai vertici nazionali.
Sono proprio questi meccanismi che impediscono la rigenerazione del partito a cominciare dalla sua base.
Non scherziamo dunque.
Le regole sono fatte per esser rispettate. È la prima regola del partito nuovo. Vigiliamo, vigilate.
http://www.fabriziobarca.it/la-regola-del-partito-nuovo-rispettare-le-regole/
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L’anomala Provincia DEM

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Le candidature per il congresso a livello locale non rispecchiano gli schieramenti di quelle nazionali. Anzi, spesso sono autonome

Con Renzi, Civati, Cuperlo o Pittella? Non si divide secondo questo schema – o, almeno, non solo così – il Partito democratico a livello provinciale: dove le candidature presentate ieri per il congresso (la scadenza era fissata per le ore 20) portano ancora, ma solo in alcuni casi, le cicatrici  delle battaglie tra renziani e bersaniani, in altri invece rispondono a pure logiche territoriali, mentre succede anche che i supporter di candidati alla segreteria centrale convergano su un nome unitario, dando vite ad anomale alleanze.

Tra tutte le province, quella di Roma  è la più insolita. Nella Capitale, il candidato al momento più forte è quello presentato dall’area che fa capo a Goffredo Bettini, Lionello Cosentino. Che nella geografia delle candidature per la segreteria nazionale si staglia come un’isola a sé. Il nome su cui puntano i cuperliani è quello di Tommaso Giuntella,  che viene dal mondo cattolico di sinistra, e su cui si sono trovati d’accordo sia i giovani turchi di Orfini (che hanno lanciato la sua corsa) sia i dalemiani e i bersaniani. I supporter romani di Pippo Civati puntano invece su Lucia Zabatta, che ha possibilità nulle di vincere. Mentre il candidato dei renziani è stato tirato fuori dal cilindro all’ultimo minuto: è Tobia Zevi, una personalità sulla quale però – è questo il loro auspicio – si può trovare una convergenza con i cuperliani e con la quale si può pensare di erodere il consenso del gruppo bettiniano e dunque anche di batterlo. Ma è ancora tutto da vedere se questa alleanza ci sarà.

A Milano, invece, prima di arrivare alla decisione finale, c’è stato sino al termine un braccio di ferro tra i neo-renziani di Area dem (che candidano una di loro, Arianna Censi) e quelli della “prima ora”, che puntano su Pietro Bussolati, 30 anni, segretario del più popoloso circolo di Milano, 02 Pd, e che rappresenta la discontinuità rispetto al corso attuale del partito. Cuperlo e Civati, invece, appoggeranno il consigliere comunale David Gentili, mentre gli ex penatiani Arianna Cavicchioli.

Più strano, se vogliamo, è il caso di Bologna. Dove, nonostante il terremoto nel partito, tutto rimarrà come prima. Raffaele Donini, segretario provinciale uscente ed ex bersanianino, sarà il candidato unitario. I renziani, piuttosto deboli in città, –nonostante la regione sia ora tutta dalla loro parte – non hanno trovato un loro candidato. E Donini è stato abile a conquistarli puntando su Renzi, definito una «grande risorsa» del partito. Nel capoluogo emiliano, del resto, anche il sindaco Vittorio Merola (ex bersaniano) è oggi tra i principali sostenitori dell’ex rottamatore. E anche Cuperlo, che pure gode di un buon seguito in città, non è riuscito a trovare un proprio candidato. E così, anche Civati compreso, tutti hanno  ripiegato su Donini.

Più complessa la situazione a Torino. Dove si candida Fabrizio Morri, fassiniano ed ex senatore, il quale appoggerà Renzi alla segreteria nazionale. Mentre Matteo Franceschini Beghini, 31enne, si pone come l’outsider senza nessun riferimento nazionali, mirando a raggruppare sotto di sé tutte le anime del Pd, quale che sia la loro mozione nazionale di riferimento. Chi lo appoggia, insomma, voterà poi il proprio candidato di riferimento a livello nazionale, senza nessun vincolo. Mentre a sostegno di Cuperlo ci saranno ben due candidati alla segreteria provinciale: Alessandro Altamura e Aldo Corgiat.

Napoli si spacca in due, sui nomi del segretario uscente, Luigi (Gino) Cimmino, e Venanzio Carpentieri, sindaco di Melito. Il primo è sostenuto solo da una parte dei cuperlini, mentre la volta scorsa era stato votato quasi all’unanimità da tutto il partito. Il secondo ha invece il sostegno trasversale di tuti i renziani e di una gran parte dei cuperliani, e per questo è anche il favorito.

A Ravenna i cuperliani e una metà dei renziani hanno trovato un accordo sul nome di Michele De Pascale, ex responsabile dei comitati pro-Bersani alle ultime primarie e candidato favorito, il quale ha già annunciato che nel caso dovesse vincere affiderebbe l’incarico di coordinatrice della sua segreteria a Manuela Rontini, portavoce di una parte dei renziani. Mentre l’altra parte appoggia il giovane assessore Danilo Manfredi. Ha funzionato invece a Terni, come a Bologna, l’idea di una candidatura unica: quella di Carlo Emanuele Trappolino, cuperliano, affiancato dal renziano Fabio Narciso. Mentre a Perugia, dove si è lavorato alla stessa ipotesi sino all’ultimo, alla fine ci saranno tre candidati cuperliani (Valerio Marinelli, Antonello Chianella e il segretario uscente Dante Andrea Rossi) e un renziano, Mario Bocerani. Ancora una volta: senza rispecchiare gli schieramenti nazionali.

http://www.europaquotidiano.it/2013/10/12/lanomala-provincia-dem/#

 


Fabrizio Barca presenta “La traversata” (Roma)

Fabrizio Barca, Eugenio Scalfari e Riccardo Iacona discutono de “La Traversata” che ci attende. Storie, commenti e dibattito alla Feltrinelli di Piazza Colonna.


L’Europa senza qualità di BARBARA SPINELLI

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L’Europa senza qualità di BARBARA SPINELLI

Riflessiamo sulla perdità di libertà e futuro  che pagheremmo se ci facessimo  davvero convincere che alternative non sono possibili.
La Repubblica, 12 ottobre 2013

ESISTE un gioco che a molti esperti pare astruso, o perché superfluo o perché poco serio e fuorviante.

È il gioco della storia che si fa con i se: che ha dunque come oggetto non solo il mondo com’è stato fatto – come ci sta davanti – ma come avrebbe potuto essere, se invece di imboccare una strada ne avesse presa un’altra. Declinato al presente è più di un gioco: è un esercizio intellettuale che mette il pensiero in movimento, un metodo per guardare all’oggi come a una storia che possiamo scrivere in un modo o nell’altro, non dipendendo il suo svolgimento da forze impersonali ma dalla persona che ciascuno di noi è.

Così per l’Europa. L’Europa può andare in una direzione oppure un’altra, affatto diversa. È tutta piena di questa congiunzione ipotetica – il se – e nuove e impreviste possono essere le risposte alle domande che ci facciamo: di quale Europa stiamo parlando? Come definire la sua necessità, il suo dover essere? Qual è il patrimonio che si vuol difendere? E soprattutto, da qualche anno: come trasformare la rabbia che sta suscitando prima in bisogno («qualcosa mi manca» – «per ottenere quel che voglio occorre passare di lì»), poi in progetto?

Sia detto per inciso:

l’Europa non sarebbe stata pensata in un certo momento – nel mezzo d’una guerra, mentre la Germania piegava il continente – se qualcuno non avesse cominciato a immaginare un «se» ritenuto improponibile e fuorviante dai più.

Il metodo, oggi, consiste nel chiedersi come sarebbe il mondo che viviamo, se la crisi che ha lambito l’Europa, cinque anni fa, fosse stata affrontata in modo differente. In genere, gli storici guardano con un certo disprezzo a questi esercizi mentali: la storia, dicono, non essendoci contemporanea non si fa con i se.

Non esiste la storia virtuale. Studiare i se della storia è utile, per capire qualcosa di fondamentale. È esistito sempre (esiste sempre) un attimo, un punto di svolta e d’incertezza, in cui l’alternativa era possibile, in cui gli eventi avrebbero potuto prendere un’altra piega: perché la storia è fatta di pieghe, e le pieghe ci interessano quasi più della cronologia, che ci presenta un tessuto già stirato a puntino dai posteri o dai vincitori.

Nella Germania prehitleriana si poteva fare una politica antirecessiva, al posto dell’austerità applicata dal governo Brüning, e forse Hitler non avrebbe ottenuto nel ’33 consensi così spettacolari. Oppure: gli americani avrebbero potuto rifiutare accordi con la mafia siciliana, quando liberarono il nostro paese dal fascismo, e la storia italiana del dopoguerra sarebbe stata diversa, forse non staremmo ancora a parlare di patti fra Stato e mafia. E via ipotizzando e usando i se, i forse, i congiuntivi, i condizionali.

L’Europa com’è andata sviluppandosi dal 2008 in poi si presta assai bene a quest’esercizio mentale. I modi in cui la crisi viene ormai da anni gestita – dai governi in primis, e dalle autorità di Bruxelles che tendono a esprimere le volontà non dell’intera area che rappresentano ma dei paesi più forti – sono molto singolari: è come se non stessimo facendo la storia, ma vivessimo conficcati dentro una storia predeterminata.

È questo che rende così insopportabile il mantra che sentiamo ripetere: «Non c’è alternativa ».

È una locuzione adeguata agli eventi quando sono trascorsi, e scritti in un certo modo.

Quando si condensano in una narrazione teleologica, finalistica, e tutti i «se» vengono scartati come futili o idealisti.

Nulla si può cambiare, neanche lontanamente sono ipotizzabili alternative. E non a caso è così in voga questa parola: Narrazione.

La Narrazione è predefinita, l’autore può magari tenerci con il fiato sospeso – per esempio quando scrive un giallo – ma lui sa come andranno a finire le cose, chi è il colpevole e chi il vincitore o l’innocente o l’eroe. Mentre noi no, queste cose non le sappiamo: per nostra fortuna possiamo prenderci la libertà di sbizzarrirci e questa virtualità è una nostra fortuna.

Così la Narrazione della nostra crisi: gli autori del giallo europeo hanno iscritto nella scaletta le cure di austerità, la divisione fra centro (Germania essenzialmente) e periferie sud, anche il disfarsi della democrazia e delle costituzioni nazionali, visto come ineluttabile danno collaterale di una stabilità politica eretta a nuovo valore etico incondizionato (questo significa la locuzione «valore assoluto », recentemente impiegata dal Presidente del Consiglio).

La frode è questa scaletta, che non solamente è inconfutabile ma ha la pretesa di raggiungere una vetta (l’Europa politica padrona di sé) con mezzi rigorosamente inadatti a scalarla.

La frode è quest’hegeliana certezza che il presunto razionale sia reale, e il presunto reale razionale.

La storia non la stiamo fabbricando con le nostre mani, perché già è messa nero su bianco. Questo vero e proprio assassinio del possibile è la principale caratteristica dell’Europa quale oggi esiste, e si può capire l’indignazione che suscita, e anche la rabbia e il rigetto.

Chi si arrabbia, chi perde la pazienza e «non ci crede più» – gli euroscettici è il nome che hanno avuto per un certo tempo, oggi si parla di populisti – sono i soggetti della storia in cui forse c’è da sperare.

Se non esistessero – se non esistesse una crisi che si acuisce – non staremmo a interrogarci sul bisogno o non bisogno d’Europa. La rabbia dei cittadini è un’opportunità che ci viene data, come è un’opportunità lo spread. La rabbia stessa è spread, non finanziario ma umano: è scarto fra i cittadini e l’idea di Europa, fra popoli e istituzioni democratiche, sia nazionali che europee. È reazione a un patto sociale violato, a un patrimonio negato.

Quando penso a questo tipo di spread, mi torna in mente l’Uomo senza Qualitàdescritto da Musil alla luce crepuscolare di un’altra grande idea che stava degenerando: quella dell’impero austro-ungarico. Ulrich, l’Uomo senza Qualità, definisce se stesso un Möglichkeitsmensch, un uomo della possibilità – un possibilitario – che non smette d’innervosirsi davanti al cosiddetto senso della realtà, della «cose come sono».

Vorrei citare il passaggio in questione, perché nell’ordine dei verbi toglie il monopolio all’indicativo, restituendo dignità ai condizionali, ai congiuntivi, al controfattuale: «Chi è dotato del senso della possibilità non dice ad esempio: “Qui è accaduto, accadrà o deve accadere questo oppure quello”, bensì: “Qui potrebbe o dovrebbe accadere un certo evento”.

E se, di una cosa qualsiasi, gli si spiega che è come è, allora penserà: “Certo, ma potrebbe benissimo essere diversa”. Quindi, il senso della possibilità è addirittura definibile come la capacità di pensare a tutto ciò che potrebbe essere, e di non ritenere ciò che è più importante di ciò che non è (…).

La vita di questi uomini della possibilità è tessuta, si potrebbe dire, con un filato più sottile, un filato fatto di fumo, immaginazione, fantasticherie e congiuntivi; quando un bambino manifesta una simile tendenza, gliela si fa passare con metodi energici e, davanti a lui, quegli individui vengono definiti visionari, sognatori, codardi e saccenti o criticoni.

Chi vuol lodare quei matti, li definisce anche idealisti».

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L’Europa di cui abbiamo bisogno Il potere senza responsabilità DI BARBARA SPINELLI

clicca su questo link  ( testo completo )

http://video.repubblica.it/dossier/repubblica-delle-idee-2013/barbara-spinelli-l-europa-di-cui-abbiamo-bisogno/142720/141256

Il Dl contro il femminicidio è LEGGE

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“Pur con tutti i suoi limiti la legge affronta uno dei problemi più drammatici della condizione della donna in Italia. Non è un punto di arrivo, ma è sicuramente un buon punto di partenza”. Lo ha dichiarato Guglielmo Epifani, segretario nazionale del PD.“L’approvazione oggi in Senato del dl contro il femminicidio è un fatto positivo per le donne, perché abbiamo messo un altro tassello, dopo la ratifica della Convenzione di Istanbul”.

E’ il commento a caldo della vicepresidente del Senato, Valeria Fedeli, all’approvazione da parte dell’Aula di Palazzo Madama del decreto legge contro il femminicidio.Il Dl, che con il voto di oggi diventa legge dello Stato, ha ricevuto il via libera con 143 sì, 3 no e nessun astenuto.“Si tratta di un primo passo di un percorso che deve assolutamente continuare – ha aggiunto Fedeli – nella consapevolezza della sua complessità: la lotta alla violenza di genere va affrontata da un punto di vista culturale, economico, sociale.

Tutto ciò nella consapevolezza che servono serie azioni di prevenzione strutturali, di lungo termine. Anche per questo è stato fondamentale ampliare, attraverso il lavoro parlamentare, la parte del dl sul piano d’azione contro la violenza sessuale e di genere, ascoltando davvero e coinvolgendo le associazioni di donne, i centri antiviolenza, i diversi soggetti che da anni operano per il contrasto alla violenza contro le donne.

Sono primi passi. Al Senato, procederemo celermente alle altre attuazioni legislative coerenti e conseguenti ai ddl già presentati. Sempre avendo come punto di riferimento le donne, la loro libertà e la loro autodeterminazione”.”Grazie all’impegno gruppo del Partito Democratico, oggi il testo del decreto sul femminicidio è stato approvato anche al Senato e avremo norme utili per contrastare la violenza che nel nostro Paese colpisce troppe donne”.

“Abbiamo notevolmente miglioramento il testo proposto dal governo, anche attraverso l’ascolto di tante associazioni e operatori del settore, rafforzando i meccanismi di tutela per le donne offese, migliorando la previsione di un piano nazionale contro la violenza e riconoscendo il ruolo dei centri anti-violenza come fondamentali presidi per la prevenzione e laboratori per un effettivo cambiamento culturale”.

Lo ha dichiarato Roberta Agostini, portavoce Conferenza delle donne del Pd.Per la senatrice democratica Francesca Puglisi “questo decreto è un concreto passo avanti per il contrasto al femminicidio e mette a disposizione nuove risorse per varare con i centri anti violenza un nuovo piano di azione”, mentre la senatriceRosa Maria Di Giorgi ha sottolineato che si tratta “dell’’inizio di un cammino verso una legge completa, che affronti il tema della cultura del rispetto verso le donne, della prevenzione, e quindi dell’educazione alla differenza di genere”.

“Si registra ancora una volta – ha fatto notare la parlamentare democratica – l’intollerabile atteggiamento dei 5 Stelle che hanno cercato di bloccare il decreto in aula, come se la violenza contro le donne e il dramma del femminicidio non li riguardassero”.

A proposito dei contenuti della legge, la senatrice Pd Emilia De Biasi ha evidenziato “l’importanza di aver predisposto in linee generali un piano anti violenza, un intervento cioè di sistema, non esclusivamente penale o sociale, ma una strada compiuta, capace di intervenire sui diversi aspetti del problema”.Inoltre, la senatrice democratica ha sottolineato “l’innovazione rappresentata dall’intervento terapeutico sui maltrattanti. Vi sono protocolli di cura sperimentati da avanguardie volenterose, che lavorano nelle carceri italiane: si tratta di persone di altissima professionalità che hanno scelto di occuparsi della riabilitazione oltre le demagogie della castrazione chimica, poiché sappiamo che il problema sta nella testa dei maltrattanti”.

La senatrice del PD Anna Finocchiaro, presidente della Commissione Affari costituzionali ha ricordato che “proprio nel giorno in cui il Senato approva definitivamente la conversione in legge del decreto sul femminicidio, a Loano, in provincia di Savona, è avvenuto l’ennesimo drammatico omicidio-suicidio di un uomo contro una donna, sua moglie, vicesindaco di un piccolo Comune e poi contro di sé.

Anche quest’ultimo tragico evento è il segno evidente di quanto diciamo: la violenza contro le donne è un fenomeno strutturale di natura culturale, che colpisce tutti gli strati sociali e contro il quale vanno utilizzati strumenti adeguati”.

http://www.partitodemocratico.it/doc/261285/il-dl-contro-il-femminicidio-legge.htm