IL CONTRARIO DELL’ INDIVIDUALISMO di Matteo Orfini

Di cosa parliamo quando parliamo di chiesa
Foto di Vinoth Chandar

IL CONTRARIO DELL’INDIVIDUALISMO

Anticipiamo l’editoriale che aprirà il nuovo numero di Left Wing, dedicato alla chiesa, che sarà in libreria nei prossimi giorni.

L’Italia come la vediamo oggi, piegata da una crisi che sembra non finire mai e divisa da sempre più forti diseguaglianze, impoverita e sfiduciata, è anche figlia nostra. Figlia della sinistra. Figlia dei nostri errori e dei nostri insuccessi, della nostra inadeguatezza di fronte a un declino che non era – e non è – inevitabile. Si potrebbe dire lo stesso dell’Europa che lascia affondare un intero paese come la Grecia tra crisi economica, populismo e persino il risorgere dell’incubo nazista. Tutta l’Europa meridionale, in cui siamo anche noi, viene lasciata scivolare su questa china in nome del “risanamento”. E forse dovremmo riflettere su come si possa chiamare risanamento tutto questo, su cosa abbia prodotto una simile distorsione nella nostra percezione della realtà e persino nel nostro linguaggio. Sta di fatto che oggi, a differenza di cinquanta, cento e centocinquanta anni fa, non è il benessere delle persone a misurare la salute di una nazione, ma indicatori economici che dalle concrete condizioni di vita di quelle persone in carne e ossa prescindono totalmente.

Ecco l’incantesimo che ha stregato l’Europa, l’Italia e anche la sinistra, convincendola della ineluttabilità di una simile idea di modernità. A poco a poco, nuove parole d’ordine sono entrate nei nostri documenti: deregulation e flessibilità hanno sostituito tutele e salari; mercato, privatizzazioni e concorrenza hanno sostituito interesse pubblico, politica industriale e beni comuni; governabilità e leadership hanno sostituito rappresentanza e partecipazione; opportunità, meritocrazia e individualismo hanno sostituito diritti, eguaglianza ed emancipazione collettiva. Dai nostri documenti è scomparsa gradualmente la critica della società così com’è, mentre si faceva largo sempre di più l’idea che sotto sotto, se chi si trova al fondo della piramide sociale non se la passa poi così bene, è in gran parte colpa sua, e l’unica ingiustizia da evitare è che lì sotto ci finisca anche qualcuno che non lo “meriti”. Le uniche imperfezioni da correggere sarebbero dunque le imperfezioni del mercato e della concorrenza, capaci di falsare questa implacabile selezione. L’unica preoccupazione dello stato quella di fissare le regole (ovviamente senza esagerare) e accertarsi che la “gara della vita” si svolga correttamente. Una visione del mondo pienamente legittima e rispettabile, ma che ha ben poco a che fare con la sinistra. La sinistra non dovrebbe concentrarsi sulle sorti di una élite. Prima di preoccuparsi dei criteri di accesso alle scuole d’eccellenza, alle università di eccellenza, alla sanità di eccellenza, dovrebbe occuparsi di chi sta fuori.

Quelle parole d’ordine e le politiche che ne sono derivate, nate dalla “rivoluzione conservatrice” di Thatcher e Reagan e progressivamente accolte da buona parte della sinistra, sono apparse sempre più avvolte e protette dal velo di una presunta neutralità tecnica, che ha finito per renderle incontestabili. Nemmeno la possente smentita della storia venuta con la caduta di Wall Street nel 2008 ha potuto infrangere la regola aurea di questo ventennio: c’è solo una lettura della crisi, solo una è la possibile via d’uscita. Per questo ancora oggi anche noi fatichiamo a reagire, a coinvolgere le persone e a essere percepiti come una reale alternativa: perché non lo siamo. E non lo saremo finché non ci convinceremo che la crisi non può essere affrontata proseguendo lungo la strada che alla crisi ha portato, limitandoci a qualche compassionevole aggiustamento al margine per chi accetti di buon grado la retorica della responsabilità.

Abbiamo imboccato una strada senza uscita che sta avvitando l’Europa in un circolo vizioso capace di generare solo nuove esclusioni. Se non ci fermiamo, rischieremo di perdere anche quanto ritenevamo conquistato per sempre: cosa rivelano i mille segni più e meno espliciti di perdita di credibilità delle istituzioni se non una vera e propria crisi di legittimazione della democrazia? E d’altra parte come può la democrazia resistere alla disillusione se si mostra incapace non solo di risolvere i problemi, ma persino di offrire un terreno di reale rappresentanza agli interessi in campo? Il vuoto di sovranità che tanto spesso evochiamo per giustificare l’impotenza della politica di fronte alla crisi è tesi semplicistica e autoassolutoria, buona per chi ha accettato l’idea di una politica priva di forza reale, incapace di fare – e di cambiare – la storia.

Noi non ci rassegniamo a questo esito. Non subiamo il fascino della disperata deriva anarco-populista che sembra sedurre gli ultimi reduci dell’antagonismo di sinistra, tanto meno quello della cosiddetta “decrescita felice”. Ma non riteniamo neppure che una questione così enorme possa essere risolta solo affidandosi alla migliore delle agenzie di comunicazione. Siamo convinti che il primo passo per spezzare l’incantesimo sia dire chiaramente che il re è nudo. Per questo esiste Left Wing, per evitare che si senta solo la voce di quelli che vorrebbero cambiare tutto per non cambiare nulla. Certo, da soli non bastiamo, ma da qualche parte bisogna pur cominciare. Ed è sufficiente alzare un po’ lo sguardo per rendersi conto che soli non siamo.

Nell’Europa ai tempi dell’austerità, la religione offre – per dirla con le parole che Mauro Magatti usa nel dialogo con Massimo Adinolfi – un “punto di resistenza prezioso”, uno dei “possibili giacimenti” da cui trarre “domande e punti di vista critici nei confronti dell’ordine costituito o in via di ricostituzione”. Un giacimento prezioso che oggi non può più essere strumentalizzato politicamente per garantire rendite di posizione, o peggio, per alimentare una sorta di anacronistico catto-correntismo, ma che può invece riaccendere la scintilla di un confronto utile e fecondo, come avvenne nel dopoguerra, di fronte alla necessità di ricostruire un paese e di ripensarne i fondamenti culturali e politici. Non a caso nella nostra Costituzione ci sono molte delle cose di cui abbiamo bisogno e che faremmo bene a smettere di cercare altrove. A cominciare dalla relazione tra libertà economica, giustizia sociale e diritti della persona.

Ma c’è una seconda ragione per cui abbiamo scelto di parlare di chiesa ed è che la presunta liquidità della modernità, per usare una definizione di moda, ci è sempre sembrata il brodo di coltura ideale di una visione individualista della società che in questo ventennio è stata la compagna di danze del liberismo. E che ha tratto forza anche da un soggettivismo radicale che dal 68 in poi ha sedotto la sinistra, alimentando nel nostro mondo un cupio dissolvi che ha finito per lasciarci privi degli strumenti e delle risorse di cui oggi avremmo più bisogno. A cominciare da quei corpi intermedi – partiti, sindacati, associazioni – che della nostra democrazia erano allo stesso tempo scheletro e garanzia di legittimazione. Non per niente la campagna di delegittimazione che li ha travolti si è accompagnata in questi venti anni al tentativo di rovesciare la democrazia parlamentare disegnata nella nostra Costituzione in una sorta di presidenzialismo di fatto senza contrappesi che ha contribuito grandemente a ridurre la politica e i partiti a quello che sono oggi. Proseguendo lungo questa strada non andremo lontano. Questa ventennale cantilena ormai è peggio che insopportabile, è anacronistica, come appaiono sempre più anacronistici tutti i ritornelli che la compongono, a cominciare da quelli della lotta contro lo statalismo, quando il problema è se in Italia uno stato ci sia ancora, o della battaglia per il mercato, mentre i gioielli delle nostre privatizzazioni finiscono uno dopo l’altro in mano a monopolisti di altri paesi.

Lo diciamo amichevolmente anche agli ultimi stanchi interpreti di questo spettacolo: di simili ritornelli davvero non se ne può più. E non è più accettabile l’anatema di chi dal 1993 a oggi risponde a ogni critica rivolgendo ai suoi contestatori l’accusa di volere “tornare indietro”. Sono vent’anni che l’Italia va indietro, correndo appresso a simili parole d’ordine e a simili apprendisti stregoni. Finiamola di scarabocchiare correzioni sempre più astruse sugli stessi compitini di vent’anni fa. Basta guardarsi intorno: la più grave crisi economica degli ultimi settant’anni, il primo presidente nero alla Casa Bianca, un papa venuto dalla “fine del mondo”, tutto sembra dirci che è il momento di voltare pagina, che una stagione è conclusa, che è tempo di rimettersi a scrivere su una pagina pulita.

http://www.leftwing.it/2013/10/22/il-contrario-dellindividualismo/



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