Massimo Donà e Corrado Augias: “Sulla Libertà”

Pubblicato in data 17/set/2012
Il dibattito tra Massimo Donà e Corrado Augias “Sulla Libertà” tenutosi nell’ambito di Voci Fuori Campo – Festival della Politica organizzato dalla Fondazione Gianni Pellicani il 7 settembre 2012 in Piazzetta Gianni Pellicani a Mestre.

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BOTTACIN: VISIBILITA’ PRE ELETTORALE PRIMA DI TUTTO

BOTTACIN: VISIBILITA’ PRE ELETTORALE PRIMA DI TUTTO

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LA MALEDIZIONE DEGLI ANNI NOVANTA di Matteo Orfini

Rai - trasmisione porta a porta

 | 23 gennaio 2014

Denunciare il fallimento delle politiche di austerità adottate in Europa è diventato oggi persino banale. Ancora meno originale sarebbe osservare, seguendo la mappa pubblicata recentemente da Le Monde, che laddove il conflitto politico destra-sinistra è stato sospeso in nome del risanamento dei conti pubblici – e specialmente dove questa sospensione è avvenuta o è stata percepita come una imposizione esterna – il risentimento diffuso nella società ha preso la strada del populismo. In Grecia, la terapia dell’austerità somministrata dai tecnocrati al governo ha portato nelle piazze prima e in parlamento poi i neonazisti di Alba Dorata. A noi, in fondo, è andata meglio: ce la siamo cavata con Grillo e Casaleggio.

Il problema radicale che abbiamo davanti è che a noi la soluzione tecnocratica non è stata imposta dall’esterno e continuare a raccontarcela così significa perpetuare una versione di comodo della storia: comodissima per il centrodestra, che della crisi del 2011 porta invece tutta la responsabilità, ma anche per il centrosinistra e per il Pd, che portano tutta intera la responsabilità della soluzione che a quella crisi scelsero di dare, in piena libertà, con il governo Monti. Una risposta quasi automatica, perché iscritta nella storia, si potrebbe dire quasi nel codice genetico delle classi dirigenti italiane della Seconda Repubblica. Un assetto nato non per niente da una crisi finanziaria e da una contemporanea crisi di legittimazione del sistema politico affrontate entrambe allo stesso modo: con la sospensione della naturale dialettica destra-sinistra, con i tecnici al governo e il populismo in piazza. Mentre sosteneva manovre finanziarie durissime in parlamento, allora la sinistra pensò di riguadagnare consensi cavalcando nel modo più spregiudicato la tigre dell’antipolitica eccitata dalle inchieste di Mani pulite. Accettò cioè di giocare allo stesso gioco cui si dedicavano i grandi poteri costituiti del paese: grande capitale, grandi giornali e grandi procure. La crisi economica e politica esplosa nel 2011, in cui siamo ancora immersi, ha seguito un andamento analogo. L’unica differenza è che questa volta, per compensare il sostegno alla soluzione tecnocratica e alle sue politiche restrittive, abbiamo pensato che bastassero le primarie.

Lo ripetiamo, perché è una verità che dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia: non è stato un errore tattico, una svista, un passo falso. La scelta di affrontare la crisi del 2011 puntando sul governo Monti da un lato e sulle primarie dall’altro è stata la scelta più naturale e più coerente con la storia del centrosinistra dalla crisi del ’92 a oggi. La debolezza organica della sinistra italiana viene da qui, non è una novità degli ultimi anni. E la sua origine è ben visibile in quella frattura tra sinistra e ceti popolari certificata in modo drammatico dalla composizione sociale del voto delle politiche 2013, che priva la sinistra della sua ragione sociale.

Siamo al dunque, al momento decisivo in cui bisogna scegliere: accettare e magari addirittura accompagnare il processo di autoesclusione dal circuito della rappresentanza politica di una massa sempre più ampia di persone, per giocare la competizione sul terreno apparentemente più rassicurante della conquista delle élite, oppure decidere di provare a ricostruire una democrazia degna di questo nome, facendo proprio di quel crescente senso di esclusione la leva del cambiamento, per trasformare il paese non in nome degli italiani, ma assieme a loro. Chi come noi crede che solo questa possa essere la strada, non può però chiudere gli occhi di fronte alla sfiducia, al risentimento, al rancore che una parte degli italiani mostra nei nostri confronti. Né può pensare di risolvere il problema con qualche colpo di scena e qualche battuta a effetto che lisci il pelo alla furia populista. Il risentimento contro di noi è profondamente stratificato. Come nella psicoanalisi, rimuoverne l’esistenza non permetterà mai di andare oltre. Per superare il trauma occorre rielaborarlo. Come nell’archeologia, occorre procedere per gradi, strato dopo strato, con attenzione e rispetto per ogni più piccolo elemento, ma avendo il coraggio di andare fino in fondo. Altrimenti non basterà nemmeno la rimozione di un gruppo dirigente e la sua sostituzione con personalità nuove, meno legate agli errori del passato. Perché continueranno a ripeterli.

Risalendo indietro nel tempo, strato dopo strato, è alla maledizione degli anni novanta che dobbiamo tornare per trovare la radice del risentimento, a quella prima stagione di governo della sinistra che tante aspettative e speranze aveva suscitato. Erano gli anni della terza via, della sinistra vincente nell’Europa unita che nasceva. Una sinistra che, dopo avere salvato l’Italia dalla bancarotta e avere compiuto il miracolo di portarla nell’euro da protagonista, si affermava in nome del cambiamento e della modernizzazione. Si imponevano nuove parole d’ordine e nuove politiche, che promettevano crescita e sviluppo, benessere e realizzazione individuale. Erano gli anni in cui, anche per impulso della sinistra, la politica arretrava passo dopo passo per lasciare spazio al mercato. Di sindacati non ci sarebbe stato più nemmeno bisogno, perché nell’era della flessibilità i lavoratori – forti del capitale immateriale acquisito con la propria formazione – avrebbero contrattato individualmente le migliori condizioni possibili. I partiti, per sopravvivere, dovevano rinunciare alla parzialità della rappresentanza d’interessi, divenendo ectoplasmi sostanzialmente indistinguibili l’uno dall’altro (le parole d’ordine e le ricette economico-sociali erano in definitiva le stesse per tutti), che competevano esclusivamente sulla scelta della migliore agenzia di comunicazione.

L’Italia di oggi è figlia di quella visione. Il dramma della precarietà, la disoccupazione, la condizione para-schiavile persino di quei ceti intellettuali che avrebbero dovuto essere i vincitori della globalizzazione è lo specchio in cui – venti anni dopo – possiamo misurare la distanza tra le nostre promesse di allora e la realtà che hanno generato. La retorica nuovista di allora, come il ritratto di Dorian Gray, ci ha dato l’illusione di non invecchiare mai, rendendoci superficiali e vanitosi. E così ancora oggi non cogliamo il senso della nostra stessa storia, persi dietro l’insistita autocelebrazione della “meglio classe dirigente” che ha salvato il paese. Una convinzione che rende molto difficile far pace con quei milioni di italiani, più e meno giovani, a cui in molti casi abbiamo contribuito a rovinare la vita. Perché sono i tanti giovani precari e adulti precarizzati di oggi ad aver pagato il prezzo della nostra rinuncia a una lettura critica del grande cambiamento che stava rimodellando il mondo a immagine e somiglianza di una oligarchia rapace ed egoista; sono loro le vittime della nostra convinzione di poter cavalcare l’onda del “fondamentalismo di mercato” degli anni novanta senza esserne travolti. Abbiamo accettato di giocare su un campo disegnato dalla destra, relegando la politica al curioso ruolo di regolatore incaricato esclusivamente di abolire le regole. Abbiamo sposato anche noi una visione individualista, egocentrica e narcisistica della libertà, rimuovendo qualunque idea di responsabilità (compresa quell’idea antica e iscritta nella Costituzione che parla di responsabilità sociale delle imprese, che non sono mai solo ed esclusivamente “affare” dei loro proprietari).

La maledizione degli anni novanta ha ancora effetto su di noi: il pudore verso gli errori di quegli anni continua a farceli ripetere e impedisce non solo di imboccare una strada nuova, ma anche solo di riconoscerne l’esistenza. Non riusciamo oggi a mettere in discussione la presunta neutralità tecnica di soluzioni che sono politiche perché della politica rinunciammo allora a rivendicare il primato. Non siamo in grado di incidere sulle grandi partite che cambiano gli equilibri industriali e produttivi perché ci piegammo alla assurda tesi secondo cui la politica non deve occuparsi di economia (anche quando tanti dirigenti della sinistra si accodavano all’assurda campagna contro l’Unipol, basata sull’invenzione di una gigantesca cospirazione politico-affaristica che solo pochi mesi fa è stata finalmente e inequivocabilmente dichiarata fasulla in tribunale). Scarichiamo la soluzione di ogni problema sulla costruzione di un’Europa politica, non vedendo che un’Europa politica c’è già ed è quella plasmata da noi e da tanta parte della sinistra europea, che alla fine degli anni novanta era al governo praticamente ovunque, ma che ha finito per essere come la voleva la destra. Abbiamo accettato il primato del mercato e così abbiamo progressivamente reso impronunciabili le parole della politica, rinunciando alla libertà di determinare il cambiamento. Una vera e propria damnatio memoriae ha cancellato dal dibattito pubblico politiche e strumenti attraverso cui si era costruito un modello sociale originale che aveva reso l’Europa la parte più giusta e felice del pianeta. Per spezzare la maledizione dobbiamo partire da qui, dal coraggio di tornare alla politica. E raccontare, senza timidezze, una storia nuova, uscendo dalla subalternità ma rifiutando al tempo stesso anche i tic antimoderni di un radicalismo distruttivo.

È quello che vogliamo fare dedicando un numero al mercato e provando a dimostrare che senza uno stato che agisca da protagonista sarà impossibile uscire dalla crisi: l’idea che innovazione ed efficienza possano esistere solo fuori dalla dimensione pubblica conviene sicuramente a chi si avvantaggia dell’arretramento dello stato, ma non ha alcun fondamento scientifico, come non ce l’ha la stanca litania secondo cui la riduzione dei diritti e l’umiliazione del lavoro gioverebbe alla competitività, cantilena preferita da un capitalismo straccione che non è in grado di competere sulla qualità. Non è obbligatorio rinunciare all’idea di conciliare crescita e giustizia sociale anzi è vero il contrario: senza eguaglianza è più difficile produrre sviluppo. E non si può pensare di risolvere tutto con la riduzione di spread e tasse, senza trovare il coraggio di intervenire radicalmente a ridisegnare insediamenti produttivi e strategie industriali di un paese che da troppi anni è privo di visione strategica. Né si può accettare di attraversare la crisi con l’unico assillo di mantenere gli equilibri di potere del paese immutati, come spesso sembra voler fare anche una parte delle classi dirigenti della sinistra al governo. Magari al costo di sacrificare quel poco che resta dell’industria pubblica, ripetendo lo schema fallimentare che portò, sotto la spinta della furia privatizzatrice degli anni novanta, a colpire e affondare un pezzo importante dello scheletro industriale del paese. L’obiettivo dovrebbe essere esattamente l’opposto: nel fuoco della crisi sradicare le oligarchie, combattere le diseguaglianze, aprire nuovi spazi di opportunità a milioni di persone. È su questo terreno che si misura la capacità di governare un paese e guidarlo fuori dalla crisi. In fondo al tunnel ci sarà la luce non solo se lo diranno gli indicatori macroeconomici, ma se quella luce illuminerà un cambiamento reale.

Ecco il compito di chi oggi si misura con la necessità di ricostruire il principale partito della sinistra italiana. Se non vogliamo scoprirci personaggi secondari dell’ultima pagina di questo ventennio e scrivere invece la prima pagina di una storia nuova, non possiamo limitare la nostra ambizione al piccolo cabotaggio dei prossimi mesi, o peggio, immaginare come in passato di predicare innovazione per non cambiare niente. Ed evitare così la fatica e i rischi di una battaglia culturale difficilissima, ma indispensabile. La generazione che ci ha preceduto, almeno per quella parte che proveniva dal Pci, considerava suo compito storico portare la sinistra, per la prima volta unita, al governo dell’Italia. Con tutti i limiti e gli errori di quel gruppo dirigente, l’obiettivo è stato raggiunto e per questo i padri del centrosinistra e del Partito democratico meritano rispetto. Ciò non toglie che a noi, oggi, tocchi però un compito diverso: non più, semplicemente, portare la sinistra al governo dell’Italia, ma portare il governo dell’Italia a sinistra, che è un altro discorso.

http://www.leftwing.it/2014/01/23/la-maledizione-degli-anni-novanta/


Liberiamoci dal PIL – di GIORGIO RUFFOLO E STEFANO SYLOS LABINI

 

Recessione-Italia-2013-Confcommercio-consumi-ai-livelli-del-2004-al-ribasso-le-prospettive-per-il-2013

 

Liberiamoci dal PIL

di GIORGIO RUFFOLO E STEFANO SYLOS LABINI
24 Gennaio 2014

È incredibile pensare che siamo da tempo schiavi di un paradosso. La colpa è di chi è tanto bue da scegliere “democraticamente” i padroni che da trent’anni ci comandano. La Repubblica, 24 gennaio 2014

Un terremoto fa aumentare il Pil perché crea nuove attività e occupazione: questo paradosso sintetizza meglio di qualsiasi discorso l’assurdità dell’indicatore che condiziona tutte le decisioni di politica economica. Il Prodotto Interno Lordo rappresenta la misura delle transazioni monetarie e la sua variazione indica se un’economia si sta arricchendo oppure no. Ma se venisse lanciato un piano di trasporti volto ad incentivare l’uso della bicicletta e dei mezzi pubblici al posto dei veicoli privati, l’effetto contabile sarebbe quello di una drastica diminuzione dei consumi di energia e quindi del Pil e del gettito fiscale. Tutto ciò farebbe peggiorare i conti pubblici e il rapporto tra debito e reddito spingendo il governo a varare delle pesanti manovre per contenere la spesa ed innalzare le tasse. Il miglioramento della qualità della vita e la salvaguardia dell’ambiente che potrebbero derivare da una riduzione del trasporto privato avrebbero dunque effetti negativi sulla politica economica.
Se prendiamo il caso italiano, possiamo osservare che l’attenzione è concentrata sulla crescita del prodotto interno – automobili, case, beni di consumo – mentre la qualità delle infrastrutture e del capitale come il territorio, l’acqua, l’aria, il patrimonio artistico e l’istruzione, è completamente ignorata. Il settore privato non ha alcun incentivo ad investire per valorizzare lo stock di capitale, mentre lo Stato non ha i soldi per farlo. Se, invece, la qualità del capitale fosse calcolata nel Prodotto Interno Lordo, il risultato sarebbe ben diverso perché in tal modo ne risulterebbe accresciuta la ricchezza nazionale riducendo il peso del debito. Il nostro Paese diventerebbe migliore sia sotto il profilo della qualità della vita che per l’affidabilità di fronte ai famigerati mercati finanziari.
Le critiche al Pil sono ormai contenute in una letteratura sterminata eppure non si è ancora riusciti a fare il passo decisivo: abbandonare il Pil per utilizzare altri indicatori in grado di orientare in modo più intelligente le decisioni di politica economica. Siamo convinti che bisognerebbe seguire un criterio diverso: fissare gli obiettivi su cui misurare l’efficacia delle politiche economiche. Ciò significa che un presunto criterio di misurazione oggettiva andrebbe sostituito con un approccio squisitamente normativo e politico: la contabilità dovrebbe avere il compito di misurare gli impegni e gli obiettivi stabiliti in sede politica. Si tratta dunque di individuare una serie di indicatori che siano in grado di fornire informazioni sulla direzione in cui il sistema intende procedere e sul futuro che vogliamo costruire.
Siamo ben consapevoli che il principale ostacolo ad una tale impostazione è rappresentato dal problema dei confronti: come adottare degli standard omogenei e quindi delle politiche coordinate tra i vari Paesi? L’indicatore che in questa fase di crisi dovrebbe essere assunto come stella polare per misurare l’efficacia delle politiche economiche è il tasso di disoccupazione. L’obiettivo fondamentale della politica economica dunque dovrebbe essere quello di creare occupazione equamente retribuita per tutta la forza lavoro attiva sul territorio europeo.Il  dipende in primo luogo dall’ espansione della domanda sia pubblica che privata. A sua volta, l’espansione della domanda ha bisogno di risorse finanziarie per aumentare la spesa e l’occupazione nel settore pubblico, per diminuire le tasse sul lavoro e sulle imprese e per garantire finanziamenti adeguati agli investimenti delle imprese.

Quando l’obiettivo della piena occupazione sarà raggiunto, allora la politica economica potrà individuare altri traguardi e altre sfide utilizzando nuovi indicatori.

Riferimenti

Ricordate la definizione che Robert Kennedy diede del mitico Prodotto Interno Lordo?

http://www.eddyburg.it/2014/01/liberiamoci-dal-pil.html

Porcellum VS Italicum, come cambia il Parlamento

 

 

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Porcellum VS Italicum, come cambia il Parlamento

di Michele Giammarroni

Abbiamo pubblicato nei giorni scorsi una presentazione della proposta bipartisan per la riforma della legge elettorale e ne abbiamo analizzato i tratti salienti. Ma se nel 2013 avessimo votato con la nuova legge, cosa sarebbe accaduto?

Siamo ben consapevoli dei rischi di un esercizio come questo, che è e rimane puramente matematico, e che viene applicato ai risultati elettorali derivanti dall’attuale sistema elettorale.
E’ di per se evidente che in presenza di una legge differente finirebbero per essere dissimili anche le campagne elettorali di ciascun partito, ed in ultima analisi la percezione dei cittadini rispetto alle scelte di voto.
Al contempo ci sembra utile proporre un raffronto fra i risultati reali e quelli ipotetici, per tracciare alcune considerazioni riguardo gli obiettivi espliciti del sistema così detto “Italicum”.

Fra le varie proiezioni abbiamo scelto come base quella stilata da Francesco Anania per Termometro Politico, considerando in ogni caso che in mancanza dei meccanismi di ridivisione dei resti i calcoli s’intendono come indicativi e che gli altri articoli sul tema convergono in sostanza con i dati qui esposti.

Iniziamo dallo stato dell’arte: le elezioni del 2013 ci hanno regalato il parlamento sintetizzato nelle due immagini sottostanti. Come appunto, sottile ma importante, facciamo notare che i numeri sono quelli della proclamazione, senza i vari travasi e spostamenti in corso di legislatura. Analizziamo dunque il dato “puro”, numerico, del risultato elettorale.

elezioni 2013

Applicando il nuovo modello di distribuzione ai risultati numerici ottenuti da ciascuna forza politica (i risultati ufficiali sono pubblicati sul sito del Ministero degli Interni) si ottiene un risultato non sufficiente al conseguimento del premio di maggioranza da parte di alcun partito o gruppo di partiti al primo turno.
Secondo le nuove regole, quindi, si dovrebbe procedere ad un secondo turno di ballottaggio.
Di seguito vengono proposti i due scenari principali con le possibili vittorie di Centrodestra e Centrosinistra.

 

 

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LA COMPARAZIONE:

Il primo dato che salta all’occhio è il calo nei seggi assegnati al primo partito, qualunque esso sia.
Si passa infatti dai 345 seggi del PD “reale” ai 327-328 ipotetici, con un calo di quasi venti seggi; questo dato è dovuto al limitato premio di maggioranza, che con la nuova formulazione garantirebbe una percentuale fra il 53 ed il 55%, rispetto a quella più ampia prevista dal testo attuale.

Diverso il discorso per il secondo ed il terzo partito, che dalla nuova legge potrebbero trarre alcuni benefici: a seguito di una ipotetica vittoria del Partito Democratico, infatti, il centrodestra avrebbe 10 deputati in più ed anche il Movimento 5 Stelle si ritroverebbe con 119 seggi contro i 109 attuali.

Analizzando la somma dei seggi dei primi partiti è interessante notare come, nelle elezioni reali, quelli di PD e PDL fossero 470, e con l’aggiunta del M5S si arrivasse a quota 579.
Con la nuova distribuzione la prima somma ammonterebbe a 462 e la seconda a 581.
Ancora una volta la differenza la farebbero i seggi “tolti” al vincitore, a favore del secondo e del terzo, con il numero finale di seggi occupati dalle prime tre forze praticamente invariato.

In tema di governabilità la somma dei seggi del secondo e del terzo partito, attualmente a quota 234, salirebbe a 254, mentre la somma di tutti e tre i partiti di minoranza porterebbe le opposizioni a 294 (oggi 281) seggi, con la possibilità di sfondare quota 300 grazie ai partiti minori.
Lo scarto, dunque, fra il partito di governo e gli altri sarebbe di 45 seggi nel caso peggiore, ovvero se tutti gli altri partiti decidessero di coalizzarsi contro il vincitore delle elezioni.

COSA CAMBIA:

La differenza più sostanziosa rispetto al sistema attuale sembrerebbe riguardare non tanto il numero di seggi di ciascun partito, quanto piuttosto il numero di partiti presenti in parlamento.
Al netto di tutte le distorsioni che una proiezione del genere porta con se, potrebbero essere rappresentate alla Camera dei Deputati solo quattro formazioni principali, con una presenza marginale di altri partiti, principalmente legati alle regioni a statuto speciale ed ai collegi esteri.

Chi ci rimette, dunque?

Per assurdo potrebbe sembrare che il primo partito colpito dalla riforma sia proprio quello che vincerà le elezioni, d’altra parte bisogna tener conto dell’impostazione molto dura della Consulta che ha di fatto impedito ogni ipotesi di premio di maggioranza che andasse oltre le soglie decise in questi giorni.
Inoltre, agendo in un unica aula dopo l’abolizione del Senato, la maggioranza potrà muoversi come un’unità più coesa, anche grazie alla formazione di un unico gruppo parlamentare.

In seconda battuta soffriranno gli “altri”, ovvero le liste minori a partire da Scelta Civica/UDC, che nella proiezione perderebbe un sesto dei propri rappresentanti. Lega Nord e SEL secondo le nuove regole rimarrebbero fuori dal parlamento anche in caso di coalizione con altri, rispettivamente con il 4% ed il 3,2%.

 

LA LEGGE RAGGIUNGE GLI OBIETTIVI?

L’idea di partenza del modello “Italicum” è un sistema bipolare, basato sull’alternanza e che punta a cicli di governo lunghi, con legislature di durata quinquennale nella maggior parte dei casi.

Mentre il primo punto sembra essere stato raggiunto, grazie alle soglie di sbarramento, il secondo può dirsi avvicinato rispetto a prima, ma con riserve.
La combinazione fra la tanto desiderata governabilità e le imposizioni della recente sentenza della Consulta produce un margine di maggioranza potenzialmente comodo, anche nel caso in cui le opposizioni decidessero di unire gli sforzi per far cadere il Governo in carica; potenzialmente le altre forze potrebbero mettere in crisi un Governo solo unendosi tutte in una potente minoranza, forte di oltre 300 parlamentari.

La vera garanzia della stabilità futura in verità risiede nell’eliminazione del Senato, aula in cui, anche con le nuove regole, la quota di maggioranza potrebbe essere di una decina di seggi, esponendo il Governo agli stessi faticosi sforzi affrontati fino ad oggi.
Con il superamento del bicameralismo, invece, si prospetta una maggiore serenità, pur nel quadro turbolento a cui ci ha abituato la nostra politica.

 

http://www.associazioneares.it/wordpress/porcellum-vs-italicum-come-cambia-il-parlamento/

 


Spazio a hotel e negozi Venezia solo per turisti

 

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di GIAN ANTONIO STELLA   25 Gennaio 2014
Attento titolista: La legge bocciata non riguarda solo Venezia, ma il Veneto, quindi anche Verona e Padova, Vicenza e Belluno, Rovigo e Asolo, e così via. 
Corriere della Sera, 25 gennaio 2014
Vale la pena di rischiare lo sfascio del paesaggio, delle città d’arte e della stessa Venezia in nome di un rilancio economico basato sul calcestruzzo?
Dopo aver spaccato i veneti (di qua i sindaci, leghisti compresi, di là la Regione governata dalla Lega), il dubbio ha diviso ieri il Consiglio dei ministri.
Fino alla decisione: il «piano casa» del Veneto, salvo ritocchi, va impugnato. Perché rischierebbe, tra l’altro, di ridurre definitivamente la città serenissima a un «turistificio».

Per settimane, mentre divampavano le polemiche degli ambientalisti, il vicepresidente di rito alfaniano Marino Zorzato, deciso a lanciare un messaggio ai suoi elettori a dispetto dell’appoggio assai tiepido da parte del governatore Luca Zaia, si è affannato a spiegare che, per carità, con la sua legge, il Terzo piano casa valido fino al 2017 per rilanciare l’edilizia non ci sarebbe alcun pericolo per il paesaggio e men che meno per i centri storici. Sintesi: «Gli altri piani hanno funzionato fino a un certo punto perché molti sindaci si sono messi di traverso. Noi vogliamo che tutti i cittadini siano sullo stesso piano. Quindi le nuove regole devono valere per tutti, al di là del consenso dei comuni».

Obiezioni istantanee e corali: si possono mettere sullo stesso piano certi brutti paesotti industriali traboccanti di aree produttive e i borghi medievali unici al mondo e assolutamente da proteggere? Per non dire dei mal di pancia dei sindaci, compresi quelli della stessa destra e della stessa Lega che governa la regione, decisi a contestare la filosofia di base: che coerenza c’è tra lo sbandieramento di parole come federalismo, sussidiarietà, democrazia dal basso e la scelta di tagliar fuori i sindaci da ogni possibilità di opporsi alla cementificazione del loro territorio? Quali devastazioni può creare alle aree verdi la possibilità concessa di ampliare la propria casa spostando la cubatura in un terreno il cui confine stia nel raggio di 200 metri dall’abitazione di partenza?

Cosa sia il Veneto oggi, nei numeri, lo spiega un breve saggio di Tiziano Tempesta, docente di economia territoriale: migliaia di aree industriali sparpagliate spesso a casaccio (1.077 nella sola provincia di Treviso, 23 ai piedi di Asolo, 28 a Crocetta del Montello, cioè una ogni 204 abitanti) nel culto dello spontaneismo. Il 20% della pianura centrale occupato da suoli edificati. Anni di sviluppo forsennato che hanno accatastato fino al 2006 una quantità di metri quadri per chilometro quadrato di nuove abitazioni «doppia rispetto alla media nazionale». Un aumento dal 2001 al 2011 di 88.000 abitazioni non occupate, diventate ormai un sesto del patrimonio edilizio. Un’esagerazione di spazi: «Il 64,9% della popolazione vive in abitazioni sottoutilizzate contro il 54,1% dell’Italia». Di più: «Il 62% abita in ville e villini (rispetto al 43% nazionale), tipologie edilizie che per loro natura si prestano maggiormente ad interventi di ampliamento». A farla corta, val la pena di insistere sul cemento, se «a livello nazionale il numero di compravendite immobiliari si è ridotto dal quinquennio 2004-2008 al quinquennio 2009-2013 del 33,5% mentre nel Veneto questa percentuale è stata del 39,2%»?

Non sarà una ricetta vecchia e stravecchia in un mondo in cui, dice l’ultimo rapporto di «MMOne Group» su dati Eurostat, la quota di fatturato che le imprese europee ricavano dall’«ecommerce» è salita al 15% (le nostre stanno al 6%) con punte del 20% in Svezia, 21% in Irlanda, 23% in Lussemburgo e addirittura 24% nella Repubblica ceca? Gli altri sono proiettati nel futuro e noi continuiamo col mattone?

A queste obiezioni sollevate da più parti e in prima fila dai sindaci (di tutti i colori, compreso il leghista Flavio Tosi) dei capoluoghi, si è sommata la preoccupazione di Venezia di ritrovarsi con una miriade di case, uffici e magazzini trasformati in alberghi e alberghetti, bar e trattorie e negozi di maschere senza che il Comune possa minimamente opporsi alla definitiva cessione della città, che è stata una grande potenza navale, militare, storica, culturale e universitaria, ai teorici di un «turistificio» destinato a vivere solo di locande, locandine, bar, baretti, botteghe di borsette e di souvenir di falso «vetro di Murano» prodotto in Cina.

«L’indiscriminata applicazione delle deroghe ammesse dalle Legge Regionale, in particolare per gli ampliamenti volumetrici, gli aumenti di superficie utile e i cambi di destinazione d’uso per gli edifici della Città Antica e delle isole», si legge nell’appello al governo del sindaco Giorgio Orsoni e della sua giunta perché bocci il «piano casa», «porterebbe a uno snaturamento dei contenuti» del Piano di gestione Unesco e al «rischio di irreversibile compromissione del sistema ambientale».

Tutte obiezioni accolte, nonostante la posizione più disponibile di Maurizio Lupi, dai ministri dell’Ambiente, della Cultura, del Turismo e degli Affari regionali Andrea Orlando, Massimo Bray e Graziano Delrio con l’aggiunta del ministro per lo sviluppo economico Flavio Zanonato. I quali, nella loro proposta di impugnare la legge veneta sono partiti contestando un po’ tutto. Dall’eccesso di «deroghe generalizzate» alla «automaticità delle misure premiali esautorando sostanzialmente i comuni dalla fondamentale funzione di pianificazione urbanistica», dal «contrasto con i principi costituzionali di ragionevolezza» di queste cubature-premio fino al rischio che le misure, anziché «tendere al recupero e al miglioramento del patrimonio edilizio esistente, possano determinare un ulteriore consumo del suolo». Le stesse rassicurazioni sul fatto che sarebbero esclusi da ogni pericolo i centri storici ha convinto affatto il governo. Insomma «la norma mina in radice i presupposti stessi della tutela paesaggistica» e «deve ritenersi viziata da illegittimità costituzionale».

Sintesi finale: la Regione Veneto ha qualche giorno di tempo per modificare una serie di punti. Ma sulla esautorazione dei sindaci, le deroghe sulle aree a rischio idrogeologico e le procedure facili sul cambio di destinazione d’uso, nessuna trattativa.

Tutto bocciato.
http://www.eddyburg.it/2014/01/spazio-hotel-e-negozi-venezia-solo-per.html

Barca: “Basta ricette il mondo chiede valori plurali”

 

 

«Se si riuscissero a risolvere 4 o 5 punti fondamentali le cose andrebbero molto meglio» – Alain Mann intervista Fabrizio Barca, La Stampa

pubblicato il 26 gennaio 2014 ,
Domenica con Alain Mann

A New York nevica fitto fitto, le strade sono praticamente bloccate, l`atmosfera è ovattata: incontro Fabrizio Barca nell`ufficio di Riccardo Viale, direttore dell`Istituto italiano di cultura. Barca è abbronzato, ha una giacca a vento arancione ed è appena tornato dalla Patagonia dove ha fatto una settimana di trekking.

Ha tenuto una conferenza all`Onu, organizzata dall`Istituto italiano di cultura, sulle disuguaglianze nel mondo.

Cosa ha detto?
«Ho parlato del fatto che non basta essere consapevoli che la disuguaglianza è cresciuta moltissimo, soprattutto nei Paesi anglosassoni: l`aumento non ha solo effetti negativi su chi è povero, ma anche sul capitalismo in generale».

In che senso?
«Nel senso che l`impoverimento della classe media è uno dei fattori più significativi della crisi. E cioè l`incapacità di ripagare i propri debiti. Anche in Europa l`impoverimento, che gli inglesi hanno capito bene prima di tutti, è un elemento di sgretolamento del tessuto sociale, anche con rischi di derive antidemocratiche».

E allora cosa bisogna fare?
«Viviamo ancora sotto la cappa dell`ideologia dominante nell`ultimo trentennio, l`illusione che si possa affrontare il problema dell`ineguaglianza se si disegnano istituzioni perfette. Bisogna invece cambiare la logica di come si fa la policy. Dobbiamo ritornare all`idea che i valori sono plurali e che non esiste un`unica possibile visione. Bisogna accettare il fatto che tutte quelle rassicurazioni che ci siamo dati attraverso l`invenzione del brevetto – la tutela dei valori del capitale immateriale – non possono essere una protezione assoluta. Bisogna proteggere ma con buonsenso, insomma bisogna essere più modesti e va tutelata la diffusione, ci vuole più elasticità: accettare il conflitto e l`ammissione di diversità e di valori normativi pluralisti. Non ci sono soluzioni perfette e il compito delle politiche economiche è costruire degli indirizzi generali e metterli sul tavolo di un pubblico confronto. Ogni luogo, dal Kenya all`Italia del Sud all`Oregon, può avere un indirizzo generale, ma questo indirizzo dev`essere tradotto in una politica adatta a quel particolare luogo. Il metodo moderno è avere un indirizzo generale che accetti che ogni luogo abbia visioni diverse. Bisogna quindi costruire un percorso di pubblico confronto».

Come sta oggi il mondo?
«Il mondo riscopre la pluralità. La classe dirigente dei 30-40enni è cresciuta ed è in una fase iper-illuminista. Adesso sí capisce che i valori sono relativi e che la classe dirigente è impreparata perché non vi sono più certezze. Non era mai successo che una crisi come quella del 2008 non producesse un rivolgimento culturale».

Cosa succede oggi nell`economia?
«Nonostante non sia stato risolto uno solo dei problemi che hanno causato la crisi, la gestione americana è stata saggia. L`America ha emesso una montagna di denaro pubblico impiegandolo dignitosamente e non dando importanza al debito pubblico. Inoltre gli Stati Uniti hanno potuto giocare sul cambio. L`Europa non può governare il cambio perché non ha un ministro del Tesoro, sebbene abbia uno straordinario governatore della Banca Centrale quale Mario Draghi. Lui non ha la legittimità per governare il cambio che ha invece il ministro del tesoro degli Stati Uniti e l`Europa ha.un cambio troppo forte, cosa che ha penalizzato l`economia».

Lei in Italia ha rinunciato alla politica?
«No, ho lanciato un progetto, “Luoghi idea(lì)”, che consiste nel far diventare il Partito Democratico – in cinque luoghi d`Italia che verranno scelti – lo spazio capace di coagulare il confronto e trovare soluzioni. Con un gruppo di giovani proveremo ad accompagnare la leadership del Partito Democratico nel diventare uno spazio intermedio».

Qual è la sua idea?
«Il partito – ad esempio il Partito Democratico – è un`associazione libera separata dallo Stato. Io credo che la trasformazione in passato dei partiti politici in statocentrici li abbia delegittimati di fronte ai cittadini. La mia speranza è quindi che i partiti (con un gioco dal basso e dall`alto) tornino a diventare luoghi dove i giovani dedicano tempo alla politica, come si potrebbe dedicare a istituzioni volontarie quali, ad esempio, Medici senza frontiere».

L`Europa è debole perché non ha un governo e l`unione monetaria non è stata seguita da un`integrazione politica?
«I cittadini vedono che hanno perso la cittadinanza nazionale senza guadagnare una cittadinanza europea. L`Europa va male, ma dobbiamo rilanciare l`integrazione politica e, come dice Mario Monti, una fiscalità europea. Mi auguro che la sinistra europea abbia una politica in tal senso: le cose non vanno bene, ma bisogna andare avanti e non basta soltanto aggiustarle».

E l`Italia?
«Se si riuscissero a risolvere 4 o 5 punti fondamentali le cose andrebbero molto meglio».

Quali sono i punti fondamentali?
«Il primo è la scuola, il secondo la ricerca, il terzo la cura dell`infanzia e degli anziani (welfare), poi le città. La valorizzazione delle città italiane. Non pensiamo di risolvere i problemi solo attraverso le regole del mercato del lavoro».