Luciano Gallino: Contro la mistica dell’austerità

 

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di ROBERTO CICCARELLI   04 Gennaio 2014

Roberto Ciccarelli pone le domande giuste a proposito della crisi e degli errori che si continuano a compiere nell’affrontarla, e il saggio studioso della società gli risponde con chiarezza. Il manifesto, 4 gennaio 2013

Nel 2013 la Cina è cre­sciuta del 7,7% e nel 2014 il Pil sarà all’8,2%. Gli Usa arri­ve­ranno a +2,9%. Il Pil cre­scerà dello zero vir­gola in Europa.Pro­fes­sor Gal­lino, la crisi è finita?

«Per nulla. La Cina è un caso a parte, men­tre la situa­zione degli Stati Uniti non è affatto quella che si dipinge. L’attuale pre­si­dente della Fed, Ben Ber­nanke, ha detto che ormai il tasso di disoc­cu­pa­zione è un para­me­tro poco rap­pre­sen­ta­tivo. Infatti la disoc­cu­pa­zione effet­tiva, che com­prende sia gli «sco­rag­giati» o i part-time che vor­reb­bero lavo­rare a tempo pieno, è molto più ele­vata di quanto sem­bri. Gli Stati Uniti hanno potuto per­met­tersi di pom­pare migliaia di miliardi di dol­lari nell’economia, ma i risul­tati sono stati abba­stanza mode­sti. Il piano di ridu­zione degli sti­moli mone­tari (tape­ring, ndr.) è risul­tato meno effi­cace sull’occupazione di quanto si creda. A set­tem­bre c’è stato un calo dal 7,3% al 7,2%, ma c’è stato anche un calo dei posti di lavoro rispetto a quelli pre­vi­sti (148 mila con­tro 188 mila). Sul mer­cato del lavoro sono entrate quindi meno per­sone di quelle sti­mate. Que­sto signi­fica che il tasso di disoc­cu­pa­zione è più alto. Oltre 100 milioni di per­sone vivono in con­di­zioni di povertà, per pro­teg­gerle non basta nem­meno il sala­rio minimo che Obama intende aumen­tare a 10 dol­lari all’ora. Il sala­rio è fermo ai livelli del 1978, il che vuol dire meno red­dito per le fami­glie che hanno dovuto met­tere al lavoro tutti, nonni e figli compresi.
L’ex segre­ta­rio Usa al Tesoro Law­rence Sum­mers parla di «sta­gna­zione seco­lare». Tutto fa pen­sare che riguardi anche l’Eurozona.«Per un vec­chio neo­li­be­rale come Sum­mers è strano sen­tirlo rispol­ve­rare un con­cetto che ha più di 70 anni. Lui dice che senza sti­moli forti dall’esterno, una fru­strata, il sistema capi­ta­li­stico è ten­den­zial­mente pro­penso alla sta­gna­zione alla quale oggi con­tri­bui­scono molti fat­tori, dalla glo­ba­liz­za­zione alla crea­zione di nuove tec­no­lo­gie e alle delo­ca­liz­za­zioni. Ciò ha por­tato al para­dosso per cui gli Usa con­tri­bui­scono alla cre­scita della Cina ma non alla pro­pria. La sta­gna­zione carat­te­rizza anche l’Europa e allarga le dise­gua­glianze in tutti i suoi paesi. Non si dice mai che in Ger­ma­nia esi­ste una parte della popo­la­zione che ha inflitto costi umani e sociali ele­vati alla mag­gio­ranza e ne prende grandi van­taggi. In que­sto mec­ca­ni­smo ha influito nega­ti­va­mente sui bilanci degli altri paesi il suo eccesso di espor­ta­zioni. Siamo nel pieno di una sta­gna­zione che durerà molti anni per­chè non si vede bene cosa fare per uscirne.

Ritiene che l’uscita dalla crisi possa avve­nire con il rilan­cio della pro­du­zione e dei con­sumi di massa iden­tici a quelli del «tren­ten­nio glo­rioso», tra il 1945 e 1973?
«Lo pen­sano i gover­nanti e alcuni eco­no­mi­sti che hanno sem­pre in mente il modello che ha pro­vo­cato la crisi: pro­durre di più tagliando il costo del lavoro, i salari, aumen­tando la pre­ca­rietà. Non credo a que­sta pro­spet­tiva. E se mai que­sto avve­nisse sarebbe un vero disa­stro, per­chè la crisi non è solo finan­zia­ria o pro­dut­tiva, è anche evi­den­te­mente una crisi eco­lo­gica che pro­duce la deser­ti­fi­ca­zione del pia­neta, distrugge risorse che hanno impie­gato migliaia di anni per accu­mu­larsi. Rischiamo inol­tre di essere sep­pel­liti dai rifiuti, uno dei pro­blemi pro­vo­cati dall’esplosione nel 2007 del modello pro­dut­tivo, come dimo­stra la Cam­pa­nia, che è un caso esem­plare di quanto sta accadendo.

L’Ocse avverte che la cre­scita tor­nerà, ma non pro­durrà nuova occu­pa­zione sta­bile. Senza con­si­de­rare che i milioni di posti fissi bru­ciati nella crisi sono irre­cu­pe­ra­bili. Visto che la crea­zione di occu­pa­zione è la pre­messa per ogni tipo di cre­scita, come la si può finan­ziare oggi in Ita­lia e in Europa?
«Biso­gna ridi­scu­tere i trat­tati euro­pei e modi­fi­care lo sta­tuto della Banca Cen­trale Euro­pea, innan­zi­tutto. Non si tiene conto abba­stanza di quanto la legi­sla­zione dei nostri paesi sia for­te­mente con­di­zio­nata da que­sti trat­tati. In Ita­lia esi­stono 300 mila leggi e il cal­colo è dif­fi­cile. In Fran­cia o in Ger­ma­nia, dove ce ne sono 9 o 10 mila, si pensa che l’80 per cento di quelle in vigore siano ispi­rate dai trat­tati o dalle diret­tive. Se non si passa di lì, penso che sia molto dif­fi­cile fare poli­ti­che eco­no­mi­che che non siano quelle scon­si­de­rate fatte negli ultimi tre anni. I governi con­ti­nue­ranno a bat­tere i tac­chi e a fir­mare qual­siasi cosa che Bru­xel­les, la Bce o l’Fmi gli propongono.

Nono­stante tutto il pre­si­dente della Bce Mario Dra­ghi sol­le­cita i governi a con­ti­nuare le «riforme» anche nel 2014…«Così facendo non si farà molta strada per affron­tare seria­mente la crisi. Trovo scan­da­loso che il Trat­tato isti­tu­tivo dell’Unione Euro­pea e lo sta­tuto della Bce igno­rino quasi del tutto il pro­blema della nostra epoca: la crea­zione di occu­pa­zione. L’articolo 123 del Trat­tato Ue vieta alla Bce di con­ce­dere sco­perti di conto o qual­siasi forma di faci­li­ta­zione cre­di­ti­zia alle ammi­ni­stra­zioni sta­tali. È un divieto unico tra le ban­che cen­trali esi­stenti sul pia­neta, un’altra assur­dità del Trat­tato. È dif­fi­cile modi­fi­carlo a causa della con­tra­rietà dei tede­schi che attac­cano Dra­ghi. È curioso però notare che que­sto stesso arti­colo non vieta alla Bce l’acquisto dei titoli sul mer­cato secon­da­rio. Cosa che la Bce ha fatto tra il 2010 e il 2011 quando acqui­stò 218 miliardi di titoli di stato, di cui 103 ita­liani. Se lo si volesse usare, la Bce potrebbe pre­stare miliardi di euro in cam­bio dell’impegno di un piano indu­striale che pre­veda l’assunzione netta di nuova manodopera.

Che cosa ha fatto Dra­ghi per la crescita?
«Ha pre­stato mille miliardi alle ban­che senza porre con­di­zioni. Si è reso ridi­colo quando ha ammesso di non avere la minima idea di cosa ne abbiano fatto le ban­che. In realtà que­sti soldi sono stati usati per scambi ban­cari o per acqui­stare titoli. Meno di un terzo sono andati alle imprese, ma anche in que­sto caso senza porre con­di­zioni. Senza risorse, le poli­ti­che con­tro la disoc­cu­pa­zione fatta dal nostro governo, come da tutti quelli euro­pei, sono pan­ni­celli caldi rispetto ai 26 milioni di disoc­cu­pati e ai 100 milioni a rischio di povertà in Europa.

Molti eco­no­mi­sti, come la Banca Mon­diale, riten­gono che il Pil non sia più l’unico indi­ca­tore per misu­rare la cre­scita. E pro­pon­gono altri indi­ca­tori per misu­rare il tasso di svi­luppo umano. Come ren­derli vincolanti?
«Cam­biare para­digma pro­dut­tivo non implica solo cam­biare indi­ca­tori, com­porta una tra­sfor­ma­zione poli­tica. In que­sta fase man­cano le pre­messe poli­ti­che per rea­liz­zarla. I discorsi che i governi euro­pei fanno sull’economia, in Ita­lia come in Ger­ma­nia, sono di un’ottusità incom­pa­ra­bile. Vanno tutti in dire­zione con­tra­ria a quello che biso­gna fare, e di certo non ser­vono per rifor­mare la finanza, mutare il modello pro­dut­tivo e ope­rare una tran­si­zione di milioni di lavo­ra­tori verso nuovi set­tori ad alta inten­sità di lavoro. La crisi deve essere affron­tata in tutti gli aspetti e non solo su quello finan­zia­rio e pro­dut­tivo. Pur­troppo la discus­sione pub­blica è a zero.

La «green eco­nomy», o «cre­scita verde» come la defi­ni­sce l’Ocse, rap­pre­sen­tano un’alternativa a quello che lei defi­ni­sce il «tota­li­ta­ri­smo neoliberale»?
«Il cam­bia­mento di para­digma pro­dut­tivo si misura anche a par­tire dalla neces­sità di rom­pere la subor­di­na­zione al cal­colo eco­no­mico di qual­siasi azione, quella che Michel Fou­cault defi­niva la «ratio» del neo­li­be­ra­li­smo. In que­sta chiave, que­ste idee potreb­bero aprire nuovi set­tori di inter­vento carat­te­riz­zati da un’alta inten­sità di lavoro. Que­sto non signi­fica creare pian­ta­gioni di cotone dove la mac­china fa il lavoro di cento brac­cianti. Biso­gna pen­sare a set­tori dove il lavoro umano è molto attrez­zato. La ricerca bio­a­li­men­tare, al di là dei fami­ge­rati Ogm, è sicu­ra­mente una di que­sti. C’è la ricerca medica, i beni cul­tu­rali. Invece di pro­durre beni di sosti­tu­zione di tipo tra­di­zio­nale, o gad­get come i cel­lu­lari, biso­gna pen­sare all’ambiente, alla scuola, ai ser­vizi pub­blici nel senso ampio del ter­mine, alla riqua­li­fi­ca­zione idro­geo­lo­gica dei nostri territori.

Il caso dell’Ilva dimo­stra la dif­fi­coltà di con­ci­liare l’esigenza dell’occupazione con un modello pro­dut­tivo com­pa­ti­bile con l’ambiente e la salute. Come gover­nare quella che si defi­ni­sce una transizione?
«Il caso dell’Ilva è indi­ca­tivo di quello che non biso­gna fare. Ho stu­diato a lungo que­sti sta­bi­li­menti a Taranto. Quando furono costruiti rap­pre­sen­ta­rono un grande suc­cesso indu­striale, ma dove­vano essere ricon­ver­titi almeno vent’anni fa, quando la pro­du­zione side­rur­gica è radi­cal­mente cam­biata. Biso­gnava con­cor­dare con la pro­prietà una tran­si­zione, abbat­tere l’inquinamento, met­tere in grado la pro­du­zione di far fronte esi­genze indu­striali sem­pre più com­plesse. Lo hanno fatto in Ger­ma­nia, in Giap­pone e negli Stati Uniti, tranne che a Taranto. L’acciaio in sé non vuol dire nulla, ha mille carat­te­ri­sti­che diverse a seconda della desti­na­zione dei suoi pro­dotti. E ci vogliono sta­bi­li­menti più pic­coli. In que­sto modo è anche pos­si­bile aumen­tare l’occupazione.

Uscire dall’euro è una rispo­sta ade­guata per con­tra­stare le poli­ti­che di austerità?
«Que­ste poli­ti­che sono un sui­ci­dio pro­gram­mato, ben venga qua­lun­que inter­vento per allie­viarne le con­se­guenze. L’euro è un pro­blema, ma non biso­gna farla troppo facile. È nato con gravi difetti e resta una moneta stra­niera. È una cosa da pazzi, non suc­cede in nes­sun posto al mondo. Avere una moneta meno rigida aiu­te­rebbe molto, ma uscire dall’euro è un’idea insen­sata. Il Marco sarebbe riva­lu­tato del 40%, milioni di con­tratti tra enti pri­vati e pub­blici dovreb­bero essere ridi­scussi. Ci vor­reb­bero 20 anni per farlo, entre­remmo in una spi­rale dram­ma­tica. Credo che oggi ci siano altre urgenze in Ita­lia e in Europa

http://www.eddyburg.it/2014/01/luciano-gallino-contro-la-mistica.html


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