Il bastone e la patata. E il realismo di Renzi

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 4 FEBBRAIO 2014

Grillo e Berlusconi offrono due populismi diversi, ma accomunati dalla semplificazione della realtà. Il Jobs Act è l’opportunità per un’alternativa

Amo gli scioperi dei trasporti a Londra, perché iniziano di solito il giorno prima, e, come stamani, mi costringono ad improvvisare il percorso al lavoro e, quando la stagione è clemente, mi permettono di fare quattro passi a piedi, da Kensington verso Mayfair. Una delle mie tappe tradizionali era il piccolo negozio di Ottolenghi, su Kensington Church Street. Era, perché stamattina sono arrivato davanti e l’ho trovato chiuso. Neanche una briciola di pane, un negozio vuoto, quasi intonso, nel classico bianco dei suoi locali.

Ottolenghi è uno chef israeliano che ha conquistato la upper class hip di Londra con la sua maestria nel combinare sapori mediorientali nella tradizione europea. E il suo pretzel alla cannella, una specie di ciambella dolcissima e “leggera” come solo la pastella fritta sa essere. Il pretzel di Ottolenghi, per me, è la summa delle ragioni per cui amo Londra, una città che sai che in qualche maniera ti fa male ma ti ammalia con la sua continua miscela di sapori, colori e assonanze.

Stamattina sono rimasto male, però, perché Ottolenghi ha deciso di chiudere quel punto vendita per motivi credo di costi di affitto. Ed io sono rimasto con questa voglia di ciambella, zucchero, cannella. Fra Pavlov e addizione tossicologica, qualcosa che accade quando ti manca qualcosa, qualcuno, un posto, un sentimento. Nel tube, dove sto scrivendo questa nota, come mia abitudine, sto seriamente pensando di cambiare la mia rotta verso est e andare all’Ottolenghi a nord della City. Ma il dovere chiama. E sarà per un’altra volta.

Il desiderio e la passione umana, come altre forme di impulsi animali e tribali, sono strani, seguono regole non codificate, o non chiare. Il cervello è una mappa di un circuito elettrico ed alcuni riescono a cambiare la maniera con la quale gli impulsi viaggiano, per dominare le folle, l’opinione pubblica, semplicemente facendo leva su alcuni elementi, su alcune componenti elementari del nostro comportamento.

La complessità non appartiene alla politica, purtroppo. E questo spiega il grande successo di alcuni leader rispetto ad altri soprattutto nei momenti di massima crisi di un sistema o di una società. Un Tony Blair qualsiasi, con la sua complessa ed articolata maniera di vedere il mondo, di gestire azioni e reazioni, con la capacità del New Labour di portare le persone dentro le politiche, farle sentire partecipi del cambiamento, mal funziona in un paese emozionale e basico, come l’Italia.

Funziona, ha funzionato la strategia berlusconiana, nel ridisegnare le mappe dell’estetica del paese, attraverso il suo strapotere mediatico. Ogni sera, ogni giorno, per decine di anni, le sue televisioni ed i suoi tabloid hanno imposto una figura di uomo, donna, di loro rapporto, e di estetica che apparteneva prima ad altri ambiti. Per vent’anni, forse trenta, gli italiani hanno visto quest’ometto stempiato e ludico circondato da belle ragazze, da giovani aitanti, da persone sorridenti. Non ha promesso altro che se stesso, come modello, come benchmark, si dice in finanza, di un comportamento che nell’Ottocento sarebbe stato definito libertino, mentre ai suoi occhi, e poi nell’opinione pubblica, si trattava di liberismo, di liberalismo.

Silvio ha provato a modificare la mappatura del cervello italico, rendendolo docile alle contraddizioni di un potere basato sulla spartizione dei poteri, e sulla superficialità edonistica, come se il Cappello sulle Ventitré fosse diventato il mainstream del paese. Tacchi, barche, feste in villa e pomodorini di pachino a pioggia. E gli italiani gli hanno delegato il piacere, si sono sentiti coinvolti nelle sue storie, lo hanno giustificato e resuscitato, non una, ma decine di volte, gli hanno perdonato tutto, perché in fondo, molti, vorrebbero essere come lui. Gli hanno delegato il piacere, una forma di transfer insolita. Ma ha funzionato. E, come i grandi traditori, per lui ci sono sempre stati grandi perdoni.

Dall’altro lato dello spettro, la rabbia del popolo, quel popolo che non va in piazza per cuccare, come farebbero i modelli protoutopici Berlusconiani, ma per lamentarsi, per discutere, per trovare i colpevoli, con la consapevolezza che è sempre colpa di qualcun altro. Che esiste una congiura, un male nel mondo, il contrario della bellezza erotica berlusconiana, che va ricercato, studiato ed eliminato. E questa rabbia è tanta, diffusa, pervade ogni strato sociale perché, si sa, nessuno è mai contento di quello che ha etc etc.

E Grillo, dall’epico momento della sua battuta sui socialisti al Sanremo del 1986, è diventato una specie di simbolo di questa Italia che si lamenta, ma che sa anche ricercare le cause dei problemi, nelle scie chimiche, nell’inquinamento, nei computer, ignorando che, spesso, il problema e la sua soluzione sono dentro di noi. Dove Silvio usa la patata, la patata fritta, bollita, corredata di tatuaggi ed esposta, mostrata, fatta mangiare agli italiani, per quella sensazione immediata di soddisfazione glicemica, Grillo usa il bastone, quello dell’oratoria, della battuta facile, dei giochi di parole, dell’arguzia.

Invece di rimappare il cervello degli italiani, ne ha rimappato la rete di riferimenti esterni. Ha creato un mondo popolato da cospirazioni, scie chimiche, nemici del popolo e da maschere di untori e di gaglioffi, come se l’Europa che sta uscendo dalla crisi fosse un’opera buffa.

Attorno a lui sono nati guru più o meno riconosciuti dell’economia, dei media, della medicina, delle lavatrici senza sapone, delle energie alternative. Grillo ha bastonato i costumi, gli usi, le abitudini italiane, anche bene, come un capo comico deve fare, ma ha anche suscitato e dato struttura ad un malcontento inossidabile ed eterno che, comunque, risiede, come il desiderio di fritto misto e di bellezza, dentro ogni persona.

Ma non come il pretzel di Ottolenghi. Che è un cilindroide, come un bastone, una carota, ma che contiene delle complessità per ottenerlo. La pasta va fatta lievitare, il mix di zucchero e cannella deve essere azzeccato ed il tutto va lavorato, modellato per ottenerne la forma da serpente acciambellato. In aggiunta, almeno per me, da oggi, poterne degustare uno comporterà una sostanziale variazione del mio percorso mattutino, attraverso Londra. Grillo e Berlusconi non amano la complessità, cambiano idea ed ogni colpa accade al di fuori di loro, della loro cerchia più o meno magica.

Il populismo bieco di bastone e patata è in questa assenza di responsabilità, l’atteggiamento di Adamo dopo che Eva gli offre la mela, dandole la colpa. E lei la scarica sul serpente. Una catena di colpe e di accuse, senza risoluzione. Come sta accadendo in Italia, come sta accadendo in questi giorni di commenti sulla rete, di aggressioni verbali, di sessismo e di machismo spinti. E, come nelle culture tribali, se qualcuno ha la colpa, che sia donna.

Ed entrambi, Silvio e Beppe, cambiano idea spesso, si contraddicono, o le loro azioni contraddicono le loro parole. Perché in fondo conoscono la dinamica interna del “chi è senza peccato, scagli la prima pietra”. Giocano sul senso di colpa nascosto, il contrario o il negativo dello scaricabarile. E fanno sentire tutti colpevoli, in qualche maniera, compartecipi e come se solo loro potessero redimere le folle, come contrabbandieri simoniaci di redenzione politica e sociale. Ancora una volta, sentimenti semplici, banali, quasi. Una politica da liceali, da ricreazione.

La battaglia che abbiamo di fronte, ed intendo con questo “noi” le persone che oggi, in Italia ed all’estero credono ancora in una politica che non sia solo bandolera, ma costruttiva e propositiva, è far rinascere l’idea che non tutto deve essere immediato, non tutto deve essere consumato come delle patatine fritte o non dobbiamo temere un mondo di interessi precostituiti, tantomeno non dobbiamo farci trascinare dalla slavina di fango ed odio che vediamo attorno. Esiste un richiamo alla responsabilità, alla complessità del “bene” e del giusto che dobbiamo mantenere vivo, vivace.

Nelle tenebre della notte millenaria, si chiamava preservazione del fuoco, della fiamma che poi è diventanto progresso, macchina, elettricità, modernità. Oggi dobbiamo impedire che in Italia qualcuno spenga del tutto il fuoco del cambiamento. Fra le due posizioni espresse ora, vi ricordo, esiste quella del pretzel, del passo in più da fare, della miscela di componenti diverse, della competenza e del talento che creano cose e condizioni ideali per il progresso e le riforme dove prima non c’erano. In questo, dentro questo ambito, rimane la sfida di Matteo Renzi e del Pd. E di tutti noi.

Nelle prossime settimane, il Pd avrà un’occasione aurea per presentare il Jobs Act, per definire la direttrice di sviluppo e di crescita che vogliono dare al paese. Spero accadrà in stile anglosassone, con idee che nascono dall’evidenza delle condizioni del paese, e non da sogni imbizzarriti di visionari. Il paese non lo sa, ma è stanco di patate, carote e bastoni, vuole realismo, certezza ed un percorso, una mappa, della fatica, ma con una promessa di democrazia e di socialismo vero, di condivisione del peso e dei risultati alla fine del percorso. Non possiamo tradire ora il paese, neanche chi fino ad ora ha creduto e crede che la colpa sia di altri e che in fondo nella vita bisogna pensare a godere nel breve periodo. Lo scrivo e lo ripeto spesso, nel lungo periodo noi saremo anche morti, ma i nostri nipoti saranno vivi.

È dentro questo mettersi da parte, abbassare la testa sui libri, sulle informazioni, nelle discussioni notturne con gli amici su come affrontare un problema, è nel dimenticare ed ignorare chi cerca solo faretti, poltrone e posti in assemblee, comitati, direzioni regionali, provinciali, posti nelle liste delle Europee, che si nasconde la vera grande rivoluzione. Quando il pretzel fu inventato, qualcuno ebbe l’idea di adagiarlo su un tappeto di cannella e zucchero. Magari non fu Ottolenghi, ma lui ha portato quell’arte ad un livello incredibile. Voglio essere parte di questo processo, di questa collusione delle buone idee e delle azioni possibili, dove tutto è migliorabile e tutto può accadere se si vuole. E dove tutto, in fondo, pertiene ed appartiene alla persona ed alla società. Anche le colpe degli errori. E, ve lo prometto, se passate da Londra, sono ben lieto di offrirvi un pretzel e continuare a parlarne.

Ora, Matteo, stupiscici senza effetti speciali, ma con quel realismo che ci appartiene.

http://www.europaquotidiano.it/2014/02/04/il-bastone-e-la-patata-e-il-realismo-di-renzi/



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