Bersani torna a guidare la minoranza del Pd. La ruota può attendere

 

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Alla Festa dell’Unità di Bologna l’ex segretario riprende in mano l’alternativa a Renzi dentro il partito. E mena fendenti verso palazzo Chigi sulla politica economica, le riforme istituzionali, le primarie

 

INVIATO A BOLOGNA – Pier Luigi Bersani ha dovuto prendere atto della situazione: la ruota non gira. O, meglio, è girata in una direzione diversa da quella che avrebbe voluto lui e così, mentre il renzismo guadagna sempre più spazio dentro il Pd e mantiene (almeno per il momento) alto anche il consenso nel paese, l’ex segretario si è guardato attorno e non ha visto nessuno in grado di mettere un argine. In grado, per meglio dire, di riprendere il filo che si era interrotto con le sue dimissioni, dopo la non-vittoria elettorale, la brutta figura sull’elezione del presidente della repubblica, il flop congressuale della mozione Cuperlo. La ruota non gira, nella nuova generazione nessuno sembra in grado di riorganizzare l’area della minoranza interna, sempre più frammentata. E così tocca di nuovo a lui.

I segnali c’erano già stati: l’apertura del Campo delle idee, il magazine on line della fondazione Nens, che ha subito ospitato una sua intervista con diversi “consigli” rivolti a Renzi, poi qualche intervento sui social network di chi gli è più vicino, che invitava il premier a «farsi dare una mano», infine un tweet dello stesso Bersani, che preannunciava «un autunno impegnativo» e, al contempo, la serie di appuntamenti che lo avrebbero visto protagonista alle Feste dell’Unità, a partire da quello di stasera a Bologna. Caso ha voluto, proprio in contemporanea con la conferenza stampa del premier a palazzo Chigi, al termine del consiglio dei ministri.

L’ex segretario prova a evitare lo scontro diretto con Renzi e il motivo lo spiega lui stesso: «Se il segretario è anche il presidente del consiglio, la discussione è inibita perché si scaricherebbe sul governo, che è un soggetto del paese, non nostro». Ma i fendenti li mena eccome, a 360 gradi. Con una premessa, che “giustifica” il suo rinnovato protagonismo: «Per la prima volta un partito riformista è al governo e questo è avvenuto nel 2013, a proposito di smacchiare…». Quella sua non-vittoria, insomma, qualche cosa di buono l’ha portata.

I cavalli di battaglia rimangono quelli di sempre. Il partito, innanzi tutto. A partire proprio da quanto sta avvenendo qui in Emilia-Romagna, con il rimpianto per il tentativo fallito di convergere sulla candidatura unitaria di Daniele Manca, da lui sostenuta: «Penso che le primarie ci vogliono – dice Bersani – ma presuppongono un partito, che organizzi le idee, delimiti il campo e dia indicazioni, anche a costo di essere smentiti dalle primarie. Altrimenti si arriva ad avere 4, 10, 15 candidati». Per il momento, non dice chi sosterrà, ma è facile prevedere che anche lui – come molti dei suoi hanno già fatto – convergerà su Bonaccini. «Dal ʼ92 questo paese non ha partiti – ricorda l’ex segretario dem – il Pd deve risolvere questo problema della democrazia». E il primo rimedio lo indica lui stesso: «Riapriamo la discussione sul finanziamento pubblico».

Chiusa la pratica interna, Bersani si dedica ai “suggerimenti” per il governo. Con la necessità di «accorciare la forbice tra le aspettative che si creano e la realtà», perché è vero che «Renzi è in grado di rilanciare la fiducia», ma poi «questo va calibrato con l’azione pratica». In che direzione? Gli 80 euro sono stati «un’azione redistributiva, ma non bastano per far ripartire la domanda. Occupiamoci di dare un po’ di lavoro in giro». Per questo, è l’indicazione di Bersani, «torniamo a concentrarci sulle politiche industriali, sugli investimenti e su come trovare le risorse». Le agevolazioni sulle ristrutturazioni edilizie e la legge Sabatini sull’accesso al credito sono due strade da percorrere, mentre «tagliare non è una ricetta, meglio riqualificare. Attendo di capire come si fa a tagliare senza toccare lo stato sociale».

Le altre ricette proposte da Bersani riguardano il fisco («bisogna trovare un meccanismo per cui la maggiore fedeltà fiscale si riversi in una minore pressione fiscale per chi dà lavoro») e le semplificazioni («meglio abolire o esternalizzare con l’autocertificazione rafforzata»).

Ma è sulle riforme istituzionali che l’ex segretario, se da una parte riconosce a Renzi di averci «messo del suo» nel risultato ottenuto, seppure «con qualche strappo», dall’altro chiede modifiche sostanziali. Non tanto sull’elettività del senato («cosa fatta capo ha»), quanto piuttosto sull’elezione del capo dello stato, sul Titolo V («niente può essere spaccato con l’accetta, meglio dare una dizione essenziale in Costituzione e poi definire con leggi quadro le competenze nazionali e locali su temi come commercio e sanità») e, soprattutto, sulla legge elettorale. Bersani è chiaro: «I cittadini devono potersi scegliere i deputati. Sono per le preferenze? No, io sono per i collegi uninominali, ma piuttosto che i nominati, mi bevo anche le preferenze». E se Forza Italia dovesse opporsi, «il Pd ha la forza sufficiente per non lasciare l’ultima parola a nessuno. Se Verdini e Berlusconi non ci stanno, se ne facciano una ragione».

Da Bologna il segnale verso palazzo Chigi è stato dato: un’alternativa al renzismo c’è, anche dentro il Pd. E da ieri c’è anche chi può guidarla. La ruota, per il momento, può attendere.

 
 
 


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