Fondi europei: 5 mosse per cambiare e rilanciare una vera politica di coesione

 

BwrO-h7CEAEIxyh

di 

Se l’Italia, nei prossimi mesi, vorrà essere davvero protagonista in Europa, le domande cui rispondere sono essenzialmente tre: come cambiare le priorità della politica economica europea, indicando una nuova strada, convincente e sostenibile per uscire dalla crisi? Come indirizzare le risorse disponibili alla costruzione di un’Europa più vicina ai problemi dei suoi territori, dei suoi cittadini e delle sue imprese? E, se questi sono gli obiettivi, come rafforzare gli strumenti della democrazia, per rendere la decisione politica più trasparente e incisiva?

Questioni cruciali che, dopo la nomina dei nuovi organismi europei e della nuova Commissione, sono destinate ad occupare il dibattito pubblico e a segnare il futuro dell’Unione, segnando uno spartiacque: da una parte il rilancio del processo di integrazione, dall’altra l’accentuarsi di spinte disgregative e il rafforzamento delle forze populiste e antieuropee che lucrano sulla denuncia della distanza delle istituzioni comunitarie.

Si apre, quindi, una fase di ricerca e di iniziativa, in cui ognuno dalla sua postazione sarà chiamato ad avanzare idee e ad offrire soluzioni concrete. Per quanto mi riguarda, nei prossimi mesi, seguirò per il Comitato delle Regioni la stesura del parere sul Rapporto sulla politica di coesione. La considero una grande opportunità. Un’occasione per incidere su un aspetto importante della politica europea, quella che, probabilmente, più entra nella vita delle persone e della società.

Quando ci riferiamo alla politica di coesione – 450 miliardi di Euro per i prossimi sette anni in tutta Europa, di cui 41,5 miliardi nel nostro Paese – non parliamo, infatti, solo di strumenti finanziari da utilizzare al meglio, ma, sempre di più, di una grande sfida di innovazione politica. Chi riceve le risorse deve spenderle su temi individuati a livello europeo, deve dotarsi di una strategia che definisca i settori sui quali puntare, deve avere un’organizzazione amministrativa adeguata alla spesa, fissare obiettivi di risultato concreti e trasparenti, monitorare che vengano perseguiti, coinvolgere la cittadinanza e le parti sociali. È insomma uno spazio di azione politica che tocca profondamente i nodi del modello economico e sociale europeo e che lo fa a partire dal tentativo di promuovere un modello amministrativo con una cultura il più possibile condivisa: formatasi nella lettura di documenti comuni, nell’applicazione delle stesse regole, nella strutturazione dei medesimi uffici.

In questi anni il ruolo della politica di coesione e dei fondi strutturali europei – sotto l’effetto della tenaglia determinata dalla crisi e di politiche di austerità che hanno ridotto i margini di intervento degli Stati nazionali, è cambiato. Profondamente. Da strumento nato per completare piani di sviluppo nazionali e regionali, si è trasformata, molto spesso, nel principale, se non unico, canale grazie al quale programmare e sostenere gli investimenti pubblici per l’innovazione del sistema produttivo e per l’inclusione sociale.

Ed è così che oggi più che mai il suo sostegno è fondamentale per affrontare la debolezza finanziaria e amministrativa in cui si trovano molti dei governi regionali. Oggi più che mai l’ancoraggio comunitario ci aiuta quando, nelle nostre regioni, sentiamo il peso e la responsabilità di dover ragionare in un’ottica europea, se non globale, se vogliamo essere competitivi.

L’esperienza di questi anni e la percezione che abbiamo ogni giorno, anche da un osservatorio importante come quello della Regione Lazio, ci dice che la politica di coesione può ancora fare qualche passo per allinearsi a questi cambiamenti. Insieme, allo sforzo, tutto interno, per ‘europeizzare’ le nostre amministrazioni, ci sono decisioni di livello europeo per dare un riconoscimento ancora più pieno della centralità di questa politica e segnalare che alla coesione economica e sociale si crede davvero.

La prima mossa è allentare, con intelligenza, i vincoli di bilancio e liberare nuove risorse. Per farlo, basterebbe togliere dal Patto di Stabilità la componente di cofinanziamento nazionale dei fondi europei. Significherebbe liberare ogni anno risorse cruciali per rilanciare l’economia e per velocizzare i processi di spesa. Passaggi importanti, che possono fare in molte situazioni la differenza. Per una volta, insomma, nel bilanciamento tra i due obiettivi comunitari, della coesione e della stabilità monetaria, facciamo pendere l’ago verso la prima. Sarà utile.

La seconda mossa è mettere a regime e in linea tutti gli strumenti finanziari europei per aumentare il volume degli investimenti, e concentrarli su alcuni obiettivi specifici. Penso ad esempio alla possibilità di sviluppare, insieme alle istituzioni europee specializzate, prestiti dedicati allo sviluppo regionale con durate sino a 60 anni e, anche in questo caso, un trattamento specifico ai fini del Patto di Stabilità; penso al rafforzamento della Banca europea per gli investimenti ed all’ampliamento del suo mandato con un ruolo di garante della qualità degli investimenti europei e della congruità dei costi; penso allo sviluppo di metodi per utilizzare i fondi strutturali in sinergia con le risorse del settore privato.

Terza mossa: ripensare l’ordine delle priorità imposto in questi anni dal pensiero economico dominante, ricordandoci, che, nella crisi, accanto alla competitività, c’è sempre più anche la lotta all’esclusione e al disagio. La crisi ci consegna un numero crescente di poveri e di emarginati: una potenziale bomba sociale, non solo in Italia, ma in tutti i più ricchi paesi europei. Un fenomeno che tocca le nostre città e le nostre aree rurali, che ne mina alle basi la struttura sociale, che le rende più vulnerabili, meno attraenti. Su questo, penso che la politica di coesione potrebbe essere più aperta e coraggiosa. E che, in particolare, gli indirizzi per la programmazione del Fondo Sociale Europeo e del Fondo di sviluppo regionale, debbano essere più flessibili e più attenti a promuovere una reale inclusione di chi oggi vive ai margini della società.

Quarta mossa: mitigare gli effetti del vincolo assurdo che ha assunto la definizione burocratica di “condizionalità macroeconomica”, ovvero la norma che lega l’effettiva destinazione dei fondi per la politica di coesione alle Regioni al rispetto degli equilibri bilancio e del fiscal compact da parte degli Stati Nazionali. Il Comitato delle Regioni ha già espresso la sua contrarietà di fronte ad una decisione che rischia ancora una volta di penalizzare le comunità già colpite dalla crisi, e di frenare la crescita, limitando gli investimenti proprio nelle aree più disagiate.

La quinta mossa, infine: dare vita ad un vero governo europeo, capace di dare un respiro nuovo al nostro stare insieme e di sostenere le scelte innovative che devono essere assunte. Sono convinto, e non da oggi, che gli europei dovrebbero avere il diritto di eleggere direttamente il proprio governo e il proprio presidente, secondo i principi di una vera democrazia rappresentativa. Senza limitarsi a guardare a questo obiettivo oggi difficile, proviamo a pensare almeno a rafforzare gli strumenti possibili. Perché non dare vita, ad esempio, ad un Consiglio dei Ministri della Coesione? Un luogo in cui i ministri dei singoli Stati membri si incontrano tra loro per discutere delle migliorie, degli obiettivi e delle problematiche di un’azione europea così penetrante negli ordinamenti nazionali. Come c’è il Consiglio Agricoltura o il Consiglio Competitività o il Consiglio Trasporti sono del parere ci debba essere un Consiglio Coesione se si vogliono segnalare l’intima ‘politicità’ di quest’azione e la sua centralità a livello europeo.

È questo il tempo giusto. Sono convinto, infatti, che siamo ad un punto di svolta per la politica regionale dell’Unione. La crisi ne ha messo in risalto l’importanza per molte delle economie ed il suo contributo nel limitarne l’impatto. Ma c’è di più. C’è anche un cambiamento ‘culturale’ cui fare attenzione. Dopo anni nei quali non si poteva parlare ‘bene’ del ruolo dello Stato in economia si è ricominciato a farlo. Non è più un tabù parlare di Stato ‘Innovatore’, di un’azione pubblica che vada nel senso dell’innovazione. La politica di coesione, per la sua attenzione alla qualità amministrativa e il suo legame con le grandi sfide strategiche europee, può interpretare questo cambiamento, può divenire la politica che disegna un nuovo modello di sviluppo europeo. È una sfida di modernizzazione alta ma che ci tocca da vicino. Molto vicino. La coesione ha la testa a Bruxelles ma i piedi piantati saldamente nelle regioni: il cambiamento che impone, insomma, è grande per tutti.

 

http://www.huffingtonpost.it/nicola-zingaretti/fondi-europei-5-mosse-cambiare-politica-coesione_b_5771610.html

 



Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...