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Documento congressuale. IL FUTURO DELL’ITALIA HA UN CUORE VERDE

Posted on 15 giugno 2013 by ecologisti democratici — Leave a comment ↓

Documento congressuale

IL FUTURO DELL’ITALIA HA UN CUORE VERDE

UN NEW DEAL ECOLOGICO PER USCIRE DALLA CRISI

  “Eppure/mi piace/tutto questo futuro

(Ivano Fossati)

Siamo dentro la più grave crisi degli ultimi 80 anni. La crisi economica e sociale si intreccia con quella ambientale. In un mondo che vede trasformazioni profonde degli equilibri economici e politici, l’Europa si trova nell’occhio del ciclone. Le conseguenze della crisi sono drammatiche, gli esiti incerti. Non esistono soluzioni facili a problemi difficili. Eppure, se sapremo comprendere che la crisi è anche una opportunità di cambiamento, possiamo uscirne. Se sapremo cogliere il vento che spira a favore di una modernizzazione ecologica dell’economia e di un green new deal sarà possibile costruire uno sviluppo durevole, ecologicamente sostenibile e socialmente equo. Non è un sogno, è una cosa possibile.

 La salute del pianeta si è aggravata. I cambiamenti climatici costituiscono una minaccia temibile, il consumo di risorse naturali cresce a ritmi insostenibili, l’inquinamento compromette gli equilibri della biosfera. Eppure, se sapremo costruire una risposta politica globale alle sfide ambientali, accelerando la transizione dall’era dei combustibili fossili a quella delle energie rinnovabili e affiancando alla nuova rivoluzione industriale della green economy un profondo mutamento culturale con nuovi valori e stili di vita, sarà possibile evitare il peggio e lasciare alle future generazioni un pianeta abitabile. Non è un sogno, è una cosa possibile.

 L’Italia è ferita dalla crisi economica, resa ancora più fragile dal degrado e dalla crisi del sistema politico. La fiducia verso il futuro sembra essersi smarrita. Eppure, se sapremo far leva sulle energie di un paese che ha non solo una antica storia alle spalle ma anche grandi potenzialità per il futuro, l’Italia può farcela. Non è vero che siamo destinati al declino. L’ambiente e l’economia verde, lungo una via italiana alla green economy, rappresentano una leva decisiva per uscire dalla crisi. Una nuova frontiera per dare al nostro paese un ruolo in Europa e nel mondo. E’ un’idea dell’Italia che scommette sul futuro. Non è un sogno, è una cosa possibile.

 Anche il Partito Democratico è in affanno. Il prossimo congresso dovrà segnare un nuovo inizio. Quasi una rifondazione. Il Partito Democratico non è nato solo per unire forze politiche e tradizioni progressiste che vengono del ‘900. E’ nato per dare voce e forza al riformismo del 21° secolo. Ma non c’è riformismo possibile, in questo nostro tempo, se non mette al centro le sfide dell’ambiente, della sostenibilità dello sviluppo, della conversione ecologica dell’economia. Rinnovare la cultura politica del PD, farlo divenire un grande e moderno partito dal forte profilo ecologista: per questo sono nati e si impegnano gli Ecologisti Democratici.

1. LA CRISI DI UN MODELLO DI SVILUPPO INSOSTENIBILE

“E se la crisi del 2008 rappresentasse qualcosa di molto più radicale di una profonda depressione? E se ci stesse dicendo che l’intero modello basato sulla crescita che abbiamo creato negli ultimi 50 anni è semplicemente insostenibile economicamente e ecologicamente e che il 2008 è stato quando abbiamo sbattuto contro il muro, quando madre natura e il mercato hanno entrambi detto: “basta così”?

(Thomas Friedman, editorialista del New York Times, 2009)

E’ davvero sorprendente come ancora vi sia così poca consapevolezza del passaggio d’epoca che stiamo attraversando. Ancora più sorprendente è come molti continuino a pensare che sia possibile uscire dalla crisi ripetendo gli errori che ci hanno portato fin qui.

Da lungo tempo siamo dentro la più grave crisi che la nostra generazione abbia mai vissuto. Iniziata come crisi finanziaria, si è poi trasformata in crisi economica e sociale, la più grave degli ultimi ottanta anni. Ma c’è qualcosa che rende questa crisi ancora più complessa e difficile di quella del 1929. Anzitutto il fatto che la crisi economica si intreccia con quella ambientale: “e’ ormai chiaro che la coincidenza di questi eventi – evidenzia il manifesto per un green new dealfatto proprio dall’ONU – minaccia di creare una tempesta perfetta, qualcosa che il mondo non ha mai visto, con conseguenze devastanti”.

Al tempo stesso, la crisi dell’Europa e dell’Occidente è anche connessa a cambiamenti che stanno rapidamente cambiando gli equilibri del mondo, a partire dallo sviluppo impetuoso di grandi paesi asiatici come l’India e la Cina, e di altre parti del mondo dove centinaia di milioni di uomini e di donne si affacciano a migliori condizioni materiali di vita. Insomma, l’Europa paga anche il prezzo di cambiamenti globali: la sfida è evitare che queste trasformazioni la condannino al declino, e riuscire a trovare un ruolo nuovo nel mondo che cambia.

In ogni caso si chiude con la crisi un lungo ciclo iniziato negli anni’70. E appare paradossale che l’età dello sfrenato liberismo neoconservatore e della ideologia dello “Stato minimo” si sia conclusa con i più massicci interventi statali mai visti nella storia per salvare le banche dal fallimento, scaricandone il peso sui debiti pubblici.

La crisi, però, non è legata solo agli eccessi della finanza speculativa. La verità è che siamo di fronte alla crisi di un modello di sviluppo insostenibile sia dal punto di vista economico e sociale che da quello ambientale.

La crisi è connessa anche ad una impressionante crescita delle disuguaglianze, ed alla illusione che fosse possibile una crescita economica illimitata, senza fare i conti con i limiti di disponibilità delle risorse naturali. Essa nasce, al tempo stesso, dalle conseguenze di un’ ideologia che ha portato la politica a sottomettersi all’economia ed ai mercati finanziari. Il mercato ha una funzione essenziale, insostituibile per l’economia, ma i mercati finanziari lasciati a se stessi, spesso opachi e fuori di ogni controllo, ci hanno portato sull’orlo del baratro.

E’ un complesso intreccio di ragioni, dunque, quello che ha prodotto la crisi: una finanziarizzazione esasperata a scapito dell’economia reale; un fondamentalismo di mercato che ha svuotato i compiti di regolazione e di indirizzo della politica; una crescita abnorme delle disuguaglianze sociali che ha prodotto indecenti ingiustizie ed al tempo stesso ha inceppato la crescita economica; una folle spirale di indebitamento non solo economico ma anche ambientale.

 E’ vero che l’insostenibilità ambientale è un fenomeno di più lungo periodo, connesso a tutti i modelli di sviluppo che si sono susseguiti dopo la rivoluzione industriale. Si è però aggravata negli ultimi decenni, sia per la crescente alterazione degli equilibri della biosfera, a cominciare dai cambiamenti climatici, sia a causa del crescente consumo di risorse naturali scarse e in via di esaurimento.

I processi di globalizzazione, pur producendo condizioni di maggior benessere materiale per un numero crescente di esseri umani, per il modo in cui sono avvenuti hanno al tempo stesso alimentato la crescita di forti disparità sociali. Oggi l’1% più ricco della popolazione mondiale, circa 70 milioni di persone, possiede la stessa ricchezza dei 4 miliardi di persone più povere e gode di oltre la metà dei beni consumati sulla Terra. La crisi che viviamo è la crisi diun’economia della avidità tanto insostenibile sul piano ambientale quanto ingiusta su quello sociale.

Se questo modello di sviluppo si è inceppato è perché il mercato senza regole non gira nel verso giusto, perché il debito non può crescere all’infinito, perché è finita l’era delle materie prime e dell’energia a basso costo. Non è certo la fine del mondo, ma la fine di un mondo. La cosa certa, dunque, è che non si esce dalla crisi se non si cambia il modello di sviluppo.

2. UN GREEN NEW DEAL PER USCIRE DALLA CRISI

“A quanto pare esiste un punto in cui il progresso, per essere un vero avanzamento, deve variare leggermente la sua linea di direzione….”

(Joseph Conrad, “Alcune riflessioni sul naufragio del Titanic”, 1912)

Dalle grandi crisi si esce solo cambiando rotta. E ogni crisi, anche la più dura, costituisce una opportunità di cambiamento.

Molti continuano a pensare che, passata la nottata, tutto potrà ricominciare come prima. E’ un’illusione. Diceva Albert Einstein: “follia è pensare che ripetendo le stesse azioni possano prodursi effetti diversi”. Ripetendo gli stessi errori andremo di nuovo a sbattere. Non sarà rimettendo il treno deragliato sugli stessi binari di prima che potremo ripartire, ma solo cambiando direzione. Servono profondi mutamenti dell’economia e della società, dei modelli di produzione e di consumo, degli stili di vita. Abbiamo bisogno di un nuovo orizzonte di civilizzazione.

Per cambiare rotta la prima condizione è che la politica – non solo a livello nazionale ma anche sul piano globale – sappia riformare i sistemi finanziari, regolare i mercati, orientare l’economia. La finanza deve essere ricondotta al servizio dell’economia reale, regolata attraverso controlli più severi sui derivati e con forme di tassazione sulle transazioni finanziarie.

La seconda condizione è perseguire una più equa distribuzione della ricchezza e delle opportunità, contrastando le disuguaglianze e la povertà sia sul piano globale che all’interno di ciascun paese.

La terza condizione è imboccare la strada dello sviluppo sostenibile, con una modernizzazione ecologica dell’economia che consenta di produrre ricchezza e benessere con meno consumo di materia e di energia, meno inquinamento, maggiore efficienza. Si deve accelerare la transizione dall’era dei combustibili fossili a quella delle energie rinnovabili e sviluppare la nuova rivoluzione industriale della green economy. Abbiamo bisogno, peraltro, non solo di una terza rivoluzione industriale imperniata su tecnologie pulite e produzioni compatibili con l’ambiente, ma di un cambiamento del paradigma stesso dello sviluppo.

Travolti dalla crisi, siamo finiti dentro una trappola micidiale. Da un lato perché per pagare il debito l’economia dovrebbe crescere, ma le politiche di rigore e risanamento dei bilanci pubblici hanno aggravato la recessione e la crisi si è avvitata sempre più su se stessa. Dall’altro perché è difficile immaginare di continuare a crescere aumentando all’infinito gli attuali consumi, in maniera incompatibile con gli equilibri ecologici e la disponibilità di materie prime.

Non si esce da questa trappola se non si cambia radicalmente prospettiva. Non si supera la crisi dell’economia mondiale senza una riforma dei caratteri e delle finalità dello sviluppo, senza la capacità di orientare l’economia verso la sostenibilità ecologica e sociale.

E’ un cambiamento che peraltro già si intravede. Fin dal 2008, a crisi appena esplosa, la prospettiva della green economy è stata indicata tra i temi centrali nell’azione di molti governi come chiave per uscire dalle due grandi crisi, quella economica e quella climatica, mentre l’UNEP ha lanciato il programma di un “Global green New Deal”.

Da allora ad oggi l’economia verde è cresciuta in molte parti del mondo. La rivoluzione energetica ha preso sempre più corpo con un peso crescente delle rinnovabili, mentre il drammatico incidente di Fukushima ha ulteriormente frenato il ruolo del nucleare. Sono cresciuti gli investimenti sulle energie verdi, sulle tecnologie pulite, su nuovi prodotti caratterizzati dalla innovazione ecologica. Al tempo stesso nei paesi più ricchi si intravedono cambiamenti negli stili di vita e nei consumi, non solo per effetto del minor reddito disponibile ma anche per l’affermarsi di comportamenti legati a modelli di consumo più sobri.

Il cambiamento verso uno sviluppo sostenibile è tuttavia ancora troppo lento rispetto all’urgenza ed alla gravità dei problemi.

Il primo decennio del nuovo secolo ha visto aggravarsi la crisi climatica. Eventi meteorologici estremi sono sempre più frequenti ed estesi a vaste zone del pianeta. Contrastare il cambiamento climatico vuol dire evitare che intere parti della Terra diventino tanto inospitali da alimentare ulteriormente povertà, conflitti e migrazioni, ma significa anche rendere più forte e sostenibile la nostra economia.

Il cuore di un progetto di cambiamento in questo inizio del nuovo secolo è dunque costituito dalla necessità di affrontare in modo congiunto queste due crisi, quella climatica e quella economica. E’ un’unica grande sfida che richiede cambiamenti profondi e offre nuove opportunità .

La green economy è la leva per promuovere questo cambiamento. Green economy non significa, come sottolinea l’UNEP, solo sviluppare le energie rinnovabili o ritinteggiare con un po’ di verde qualche settore dell’economia tradizionale, ma “una forma di organizzazione economica e una riorganizzazione delle priorità sostanzialmente diversa da quella che ha dominato il pensiero economico nei paesi più ricchi negli ultimi decenni”.

La green economy non è un settore aggiuntivo rispetto all’economia tradizionale, è un processo di innovazione ecologica che riguarda tutti i settori dell’economia. Come dire, insomma, che ciò che oggi chiamiamo green economy un giorno dovrà essere, semplicemente, l’economia.

Come nel secolo scorso, dopo la grande crisi del ’29, il problema fu regolare il mercato per produrre occupazione, diritti sociali e redistribuzione del reddito – con la costruzione dello Stato sociale – in questo nuovo secolo la principale sfida è orientare l’economia verso la sostenibilità. Una sfida ancora più complicata, perché allora la partita si giocava prevalentemente dentro i confini nazionali, mentre oggi richiede politiche sovranazionali e cooperazione globale. Una sfida che non può essere giocata e vinta con le classiche ricette del new deal novecentesco, ma richiede politiche innovative capaci di utilizzare sia strumenti di regolazione pubblica sia strumenti di mercato per orientare investimenti pubblici e privati nella direzione di un nuovo modello di sviluppo.

Per ridurre i rischi di potenziali disastri ambientali globali e sviluppare una nuova economia ecologica servono oggi decisioni comparabili, per importanza, alla riforma della governanceinternazionale che si ebbe dopo la seconda guerra mondiale. Tutti i paesi e i governi si devono confrontare con questa sfida epocale, dando prova di lungimiranza e capacità di innovazione.

3. UNA NUOVA EUROPA SOLIDALE, ECOLOGICA, FEDERALE .

La crisi dell’Occidente è l’assenza di un progetto di civiltà. L’Europa si ritrova senza un modello di sviluppo, senza un progetto per il suo futuro. Eppure non sarebbe impossibile. Conosciamo fin d’ora le grandi priorità del secolo a venire: gli ecologisti ci hanno convinto della necessità di far convergere i diritti dell’economia con quelli della natura…. “

                                     (Alain Touraine)

L’Europa è il nostro orizzonte. Qui si gioca il nostro destino. Fuori da questo orizzonte diventa impossibile immaginare il ruolo dell’Italia. Senza l’Europa è difficile immaginare una politica di sviluppo sostenibile.

Ma l’Europa è in affanno, debole e divisa di fronte alla crisi. Le pur necessarie politiche di rigore e di contenimento del debito – piegate al dogma ideologico dell’austerità di bilancio, e in assenza di politiche per il rilancio dell’economia e di una nuova visione dello sviluppo – ci hanno portato in un vicolo cieco, aggravando la recessione. Prendono così corpo ripiegamenti nazionalistici e sentimenti antieuropei, alimentati da forze che intendono lucrare consensi elettorali cavalcando il disagio sociale e le paure dei cittadini.

Noi pensiamo che sia necessaria più Europa, non meno Europa. Ma l’Europa deve cambiare passo e cambiare politica. C’è bisogno di un’Europa più forte, più unita, più solidale, con uno scatto in avanti nel processo di integrazione politica verso la costruzione degli Stati Uniti d’Europa. Le istituzioni europee devono divenire il luogo delle decisioni democratiche.

Sono necessarie politiche per affrontare la crisi profondamente diverse da quelle messe in campo dai governi conservatori. L’Italia deve chiedere con forza una correzione di rotta delle politiche europee..

Servono misure per il rilancio dell’economia nel segno dell’innovazione e di una nuova economia ecologica, con un programma straordinario di investimenti pubblici e privati – sostenuto da politiche industriali e fiscali che orientino le produzioni e i consumi verso uno sviluppo ecologicamente sostenibile – in grado di creare nuove imprese e nuovi posti di lavoro. Un programma di investimenti, finanziato attraverso eurobond e project bond, e concentrato in settori quali l’efficienza energetica e le rinnovabili, il riciclo di materia nei processi industriali, le reti infrastrutturali per l’energia, i trasporti e le comunicazioni, nuovi beni e servizi di elevata qualità ecologica. La Banca Europea per gli investimenti deve aumentare il suo impegno in questa direzione. Il bilancio europeo deve essere riconvertito verso la sostenibilità ambientale. Si devono sviluppare programmi di ricerca e innovazione industriale all’insegna dell’innovazione ecologica in settori strategici per il futuro, quali ad esempio l’auto elettrica.

Per tutte queste ragioni è necessario che il campo del riformismo europeo sappia allargarsi e rinnovarsi, unendo attorno ad una nuova visione dell’Europa le forze politiche progressiste di ispirazione socialista, cattolica, ecologista, liberaldemocratica. In questo ambito la capacità di dar voce e rappresentanza politica a valori e culture legate all’ambiente costituisce sempre più una condizione per vincere le elezioni e governare il cambiamento. L’ambiente è la nuova frontiera su cui si misura la capacità del riformismo, in Europa e in Italia, di affrontare le sfide del 21° secolo.

Gli Ecologisti Democratici sono impegnati affinchè  il campo delle forze progressiste sia quanto più largo, unito e innovativo possibile, con una piattaforma comune nella quale siano centrali i temi dell’ambiente e dell’economia ecologica. Vanno in questa direzione le iniziative di confronto e di collaborazione già intraprese con i Verdi europei, e in modo particolare con i Verdi tedeschi, che vogliamo sviluppare ulteriormente.

Il PD, proprio per la sua peculiare identità, frutto della sintesi di culture politiche socialiste, ambientaliste, liberaldemocratiche e cattolico-democratiche, può avere un ruolo importante nella costruzione di una nuova casa comune dei progressisti, oltre i confini delle tradizionali famiglie politiche.

Per contrastare la crisi ed i rischi di declino serve  un’idea di futuro dell’Europa. La sua crisi, come ha scritto Alain Touraine, non è solo economica e politica, ma si manifesta anche “nell’assenza di un progetto di civiltà”. L’Europa ha creato lo Stato moderno, ha incarnato un’idea di giustizia sociale e di welfare, è il modello di civiltà più avanzato finora realizzato. Oggi sembra però priva tanto di leadership lungimiranti quanto della capacità di immaginare  nuovi orizzonti per il proprio futuro. Proprio la costruzione di una nuova economia ecologica e di uno sviluppo sostenibile può rappresentare una nuova frontiera di civilizzazione per il nostro caro vecchio continente. Per la sinistra e per i democratici può essere un’idea forte e trascinante tanto quanto lo è stata nel secolo scorso quella del welfare.

UN’IDEA DI FUTURO PER L’ITALIA

Non c’è vento a favore per il marinaio che non sa dove andare”.

(Seneca)

 Dove va l’Italia? Quale ruolo avrà in Europa e nel mondo? Qual è la visione del futuro che abbiamo in testa? Noi abbiamo fiducia nelle potenzialità del nostro paese. L’Italia può farcela. Non possiamo però sottovalutare la gravità della situazione, né ignorare che saranno necessari un tempo non breve ed uno sforzo non semplice per costruire un’Italia nuova.

Quella che stiamo vivendo non è una parentesi, chiusa la quale si ritornerà a com’era prima. La recessione sta producendo disoccupazione, chiusura di imprese, nuove povertà. La precarietà del lavoro compromette il futuro di un’intera generazione. Crescono le disparità sociali. Cresce il divario tra ricchezza privata – ancora mediamente elevata seppur distribuita in modo sempre più diseguale – e miseria pubblica, a causa degli insufficienti investimenti e della scarsa attenzione rivolti ai beni comuni, ai servizi pubblici, all’istruzione, all’ambiente. Pesano come macigni l’evasione fiscale, la criminalità, le illegalità diffuse, una burocrazia soffocante e spesso inefficiente, gli interessi da pagare sul debito pubblico. A ciò si accompagna una drammatica crisi del sistema politico.

In che modo si può oggi rilanciare l’economia? Non si può immaginare che ciò possa avvenire senza un’idea profondamente nuova dello sviluppo. Tutti, o quasi tutti, invocano la crescita. Anche noi, sia chiaro, riteniamo che l’economia italiana debba tornare a svilupparsi. Non pensiamo che la soluzione sia nella decrescita (che oltretutto si sta rivelando tutt’altro chefelice). Ma non si può contrapporre all’idea della decrescita una vecchia idea di crescita quantitativa illimitata, né ignorare la crescente domanda di dare un altro senso allo sviluppo, cambiando rotta rispetto all’insensatezza ed alla follia della distruzione delle risorse naturali, dell’obsolescenza programmata delle merci, del consumismo esasperato. La strada giusta è quella di un’economia a misura d’uomo, della rivoluzione della green economy, della sobrietà negli stili di vita, di una crescita intelligente e selettiva, di uno sviluppo da misurare sempre più non con il rozzo termometro del PIL ma, come finalmente propone anche l’ISTAT, con quello delbenessere equo e sostenibile (BES).

Insomma, non si può continuare a invocare genericamente la crescita, né tantomeno riproporre le stesse ricette del passato.  Cosa vogliamo che cresca? Quale crescita è oggi possibile? Ci sono cose che devono crescere, e altre no. La crescita di una nuova economia ecologica – questo è l’obiettivo su cui dovrebbero essere concentrati gli sforzi – non è solo quella che più ci piace: è per molte ragioni l’unica oggi possibile. Una crescita verde, per uno sviluppo equo e sostenibile.

Un’altra domanda richiede risposte altrettanto chiare e non generiche: come può oggi crescere l’economia? Quali sono le scelte politiche necessarie? Noi pensiamo che non si punta a ridurre le disuguaglianze sociali sostenendo i redditi più bassi, ad esempio, è difficile immaginare una ripresa della domanda sul mercato interno. Pensiamo che non si investe in qualità, ricerca, innovazione, non si può certo immaginare di essere competitivi sui mercati globali. Pensiamo che l’aumento della produttività va oggi cercato nella innovazione legata ad una maggiore efficienza nell’uso della materia e dell’energia, non certo in una competizione al ribasso giocata sulla riduzione dei salari e dei diritti dei lavoratori.  Pensiamo che sia difficile immaginare un rilancio dell’economia se non si apre una fase di investimenti pubblici e privati orientati verso nuovi beni legati alla qualità della vita, all’ambiente, ai servizi di pubblica utilità, perchè non sarà affidandosi solo alla ripresa dei consumi privati e ad un vecchio modello di crescita che potremo avere uno sviluppo forte e duraturo.

Già oggi vediamo, accanto alle drammatiche difficoltà di un paese colpito duramente dalla recessione, anche un paese vitale, coraggioso, competitivo, che non solo resiste alla crisi ma scommette sul futuro. Distretti produttivi che hanno saputo riconvertirsi, imprese che hanno saputo rinnovarsi, esperienze di territori e città che contribuiscono allo sviluppo di una nuova economia verde.

L’Italia può farcela se guarda al futuro.

Può farcela se promuove l’innovazione e la qualità come leva per la propria economia, per creare lavoro qualificato e non precario, con un’idea nuova dello sviluppo.

Può farcela se cerca di essere economicamente più competitiva non attraverso la riduzione dei diritti di chi lavora, ma puntando sull’innovazione e sulla coesione sociale.

Può farcela rompendo incrostazioni corporative e privilegi, garantendo a tutti pari opportunità, premiando il merito nello studio e nel lavoro.

Può farcela se accelera la transizione verso un nuovo modello energetico imperniato sull’efficienza e sulle rinnovabili, a maggior ragione dopo il netto risultato del referendum sul nucleare, e se sceglie politiche radicalmente innovative sui trasporti e la mobilità.

Può farcela se favorisce l’evoluzione verso stili di vita e di consumo sobri ed intelligenti, se investe sui beni comuni.

Può farcela se si promuove una redistribuzione del reddito e una riduzione delle disuguaglianze,  se si riforma con coraggio il sistema di welfare.

Può farcela se si fanno pagare le tasse agli evasori e si riforma il sistema fiscale per garantire equità nel prelievo; se si tassano di più rendite e patrimoni, consumi di energia e di risorse ambientali, per tassare di meno il lavoro e la produzione; se si usa la leva fiscale per incentivare produzioni e consumi ecologicamente virtuosi.

Può farcela se si rafforzano la legalità e l’etica pubblica, si riformano le istituzioni e la pubblica amministrazione; se la politica ritrova uno spessore culturale, etico e ideale; se si rafforzano la coesione sociale e il civismo.

Può farcela se, come è accaduto in occasione dei festeggiamenti per i 150 anni dall’unità d’Italia, vive  tra gli italiani un sincero, profondo e rinnovato sentimento nazionale; un patriottismo dolce, aperto e solidale, inteso come amore per il proprio paese e per il bene comune.

5. LA VIA ITALIANA ALLA GREEN ECONOMY

 ”L’Italia partita da un dopoguerra disastroso, è diventata una delle principali potenze economiche. Per spiegare questo miracolo (…)la ragione vera è che l’Italia incorpora nei suoi prodotti una componente essenziale di cultura e che città come Roma, Milano,  Firenze, Siena, Venezia, Napoli, Palermo, pur avendo infrastrutture carenti, possono vantare nel loro standard di vita una maggiore quantità di bellezza”

 (John Kenneth Galbraith, 1983)

 E’ nella green economy il futuro dell’Italia. Una prospettiva che riguarda tutto il mondo, ma che nel nostro paese ha forse perfino maggiori potenzialità che altrove, se saprà svilupparsi in forme originali. Quella che noi proponiamo è una via italiana alla green economy.

L’economia verde rappresenta oggi per l’economia quello che l’elettrificazione e l’automobile prima e la rivoluzione informatica poi sono stati nel secolo scorso. E’ una straordinaria occasione per modernizzare e rendere più competitiva la nostra economia, un’economia che ha il suo punto di forza in un sistema produttivo fatto prevalentemente di piccole e medie imprese legate al territorio. E’ una grande opportunità per una prospettiva di sviluppo del Meridione, riducendo il divario che storicamente separa il nord ed il sud del paese. Dalla green economy possono nascere milioni di posti di lavoro, tra nuovi occupati e riconversione di attività esistenti.

Già oggi, quando parliamo di green economy, parliamo di una sfida verso l’innovazione che coinvolge decine di migliaia di imprese e riguarda molti settori: dal risparmio energetico alle  fonti rinnovabili, dalla chimica all’edilizia, dai trasporti agli elettrodomestici, dal turismo all’agricoltura, dall’high tech al riciclo dei rifiuti. Una sfida che in prospettiva, attraverso l’innovazione ecologica di processo e di prodotto, può riguardare tutti i settori della nostra economia, nessuno escluso.

L’Italia, che ha la seconda economia manifatturiera d’Europa, può stare da protagonista nella nuova rivoluzione industriale dell’economia a basso contenuto di carbonio, dell’efficienza energetica e delle rinnovabili, delle tecnologie pulite, dei nuovi prodotti ecologici.

Se parliamo di una via italiana alla green economy, al tempo stesso, è perché nel nostro paese la rivoluzione tecnologica e produttiva legata all’economia verde incrocia la propensione alla qualità tipica di molte produzioni  e molti territori. Può innestarsi su vocazioni che vengono dalla nostra storia e su un patrimonio ambientale di grande valore. Non è un caso che il meglio di sé, l’Italia, riesca a darlo quando intreccia l’economia con l’ambiente, la forza dell’innovazione con quella della tradizione, la tecnica con l’arte, il manufatto con il design.

L’ambiente rappresenta in Italia, più che in altri paesi, un problema ma anche una straordinaria opportunità. C’è l’ambiente ferito dalle illegalità delle ecomafie, c’è il paesaggio segnato dall’abusivismo edilizio e dal consumo di suolo che distruggono la bellezza del nostro paese, c’è l’aria inquinata delle nostre città, c’è un territorio fragile ed esposto al rischio idrogeologico, ci sono aree del paese dove la gestione dei rifiuti è in condizioni di drammatica arretratezza.

Al tempo stesso però l’Italia ha molte cose che il mondo ci invidia. Un patrimonio straordinario di civiltà, un intreccio irripetibile di storia, natura, cultura. Beni culturali ed ambientali, città d’arte, la bellezza del paesaggio. L’agricoltura di qualità. Il saper fare “le cose belle che piacciono al mondo”. E’ un patrimonio da proteggere con attenzione e cura, che costituisce un punto di forza per la nostra economia, per il turismo, per il sistema manifatturiero, per una nuova stagione delmade in Italy.

Intrecciare tecnologia e bellezza, economia ecologica e qualità ambientale, tradizione e innovazione: sono queste le carte migliori che possiamo giocare per dare all’Italia un nuovo ruolo in Europa e nel mondo. Sono questi gli elementi alla base della nostra idea di paese e della nostra identità nazionale. Ecco perché sosteniamo che l’Italia può interpretare e declinare in modo originale la corsa alla green economy.

Già nel corso di questi anni, nonostante la crisi economica, l’Italia si è rafforzata in diversi settori puntando proprio sulla qualità e sulla innovazione. Molte nostre aziende sono già nel cuore della green economy. L’economia verde è già qui. Lo confermano i dati che ci parlano di un vero e proprio boom delle rinnovabili: larga parte dell’energia elettrica che consumiamo è ormai prodotta dalle rinnovabili. Lo confermano i numeri del rapporto Green Italy curato dalla Fondazione Symbola e Unioncamere: il 24% delle imprese italiane ha realizzato negli ultimi  anni investimenti in tecnologie e prodotti “green”; il 60% delle imprese manifatturiere medio-piccole, tra i 20 e i 500 dipendenti, punta oggi sull’innovazione ecologica per rendere più efficienti i processi produttivi e intercettare nuova domanda di beni e servizi. Sono le stesse imprese che hanno conquistato una presenza più marcata sui mercati esteri e che più assumono.

La green economy ha svolto in questi anni di crisi una rilevante funzione anti-ciclica: dal 55% per l’efficienza energetica nell’edilizia alle rinnovabili, dalla chimica verde all’utilizzo delle materie prime seconde. Anche l’economia verde, però, deve  misurarsi con ostacoli e difficoltà di ogni tipo, che frenano e rischiano di compromettere il suo sviluppo. Le imprese e gli operatori si scontrano, soprattutto in questa fase, con grandi difficoltà di accesso al credito, oltre alle insopportabili lentezze delle procedure necessarie per avere un’autorizzazione, alla pesantezza della burocrazia,  alle leggi spesso contraddittorie e farraginose.

C’è un’Italia che scommette sul futuro e che chiede alla politica di sostenere e guidare questo cambiamento. Lo testimonia il successo dell’esperienza degli Stati Generali della Green economy, promosso dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, con il coinvolgimento di numerosi e qualificati esponenti di imprese ed organizzazioni economiche.

La green economy cammina sulle gambe di chi lavora e produce, ma deve essere sostenuta e accompagnata da efficaci politiche industriali e fiscali, da una pubblica amministrazione efficiente, da leggi semplici e chiare, da un adeguato sistema di accesso al credito.

Vanno in questo senso le “Dieci proposte per l’economia verde” presentate dagli Ecologisti Democratici, come contributo ad un programma di governo per l’Italia.

6. VERSO UNA SOCIETA’ ECOLOGICA: NUOVI VALORI E STILI DI VITA

“La crisi ha modificato comportamenti di consumo e stili di vita. Un dato ormai ampiamente acquisito. Minore è invece la consapevolezza che si tratta di un fenomeno strutturale, destinato cioè a non venir riassorbito, a crisi superata, dall’inerzia di antiche consuetudini. (…) Il terminesobrietà, se inteso in contrapposizione all’ubriacatura di un recente passato, potrebbe costituire il minimo comun denominatore per connettere i nuovi stili di consumo. Sobrietà non significa rinuncia, ma presa di distanza dall’eccesso, dall’etilismo di un consumo gridato, ostentato o anche soltanto inutile e inutilmente cospicuo”             

(Giampaolo Fabris, “La società post-crescita”)

Scriveva molti anni fa Alex Langer: “Né singoli provvedimenti, né un miglior ministero dell’ambiente per quanto necessari e sacrosanti potranno davvero produrre la correzione di rotta, ma solo una rifondazione culturale e sociale di ciò che in una società si consideri desiderabile.”E aggiungeva: “ Sinora si è agito all’insegna del motto olimpico “più veloce, più alto, più forte”, che meglio di ogni altro rappresenta lo spirito della nostra civiltà. Bisognerebbe invece radicare una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in “più lento, più profondo, più dolce”, e cercare in quella prospettiva il nuovo benessere.”  Sembravano allora parole di un visionario, un inguaribile idealista. Come cambiano i tempi: oggi è perfino il “Sole 24 ore”, con parole non molto diverse, a dirci che è arrivata l’ora del green style life.

La crisi è l’occasione non solo per sviluppare un’economia più efficiente e sostenibile ma anche per affermare una nuova idea di benessere imperniata su valori, comportamenti, modelli di consumo orientati verso una green society. Sono valori e modelli di consumo oggi coltivati non più solo da piccole minoranze, ma da una parte sempre più larga della popolazione. Non è solo per effetto della crisi economica che si riducono i consumi, ma anche per l’affermarsi di comportamenti più attenti alla riduzione degli sprechi e più orientati alla qualità dei beni che si comprano.

La crisi ha incrinato l’idea che il benessere corrisponda alla crescita illimitata dei consumi, e che il concetto di benessere sia sinonimo di ben-avere. Siamo forse arrivati al capolinea di un modello di consumi fatto di febbre ossessiva del possesso, di ricerca compulsiva di oggetti da accumulare. Milioni di persone reagiscono alla crisi controllando meglio le spese, stando più attenti alla qualità e all’utilità di quello che comprano. E’ una tendenza destinata probabilmente a durare, anche quando la crisi economica sarà stata superata.

Consumare in modo più responsabile e intelligente, vivere con meno sprechi e maggiore sobrietà, non significa tornare indietro ad un’era pre-industriale, o indicare modelli di masochistico ascetismo. Significa andare avanti, verso una qualità della vita migliore e perciò più desiderabile.

Sobrietà è un modo di vivere più intelligente e responsabile. Un modo per non consumare la nostra stessa vita in una spirale nevrotica piena di oggetti ma povera di senso. Significa avere più tempo per sé e per le relazioni con gli altri. Ha scritto il cardinale Tettamanzi: “L’uomo consuma per vivere, non vive per consumare. Abbiamo bisogno di un tuffo nella sobrietà. Non si tratta di un concetto economico, o vivere all’insegna del risparmio minuzioso, o astensione dai consumi. La sobrietà è uno stile di vita complessivo, nelle parole, nell’esibizione di sé, nell’esercizio del potere come nei comportamenti quotidiani. Chi è sobrio non è indifferente, riesce a vedere anche l’altro.

Sobrietà non è solo uno stile di vita, ma anche un’idea di società e di economia. Un’ economia capace di progettare e produrre beni durevoli anziché ad obsolescenza programmata; di fermare il devastante consumo di suolo e puntare sulla riqualificazione delle città; di mettere al centro l’importanza dei beni comuni, quei beni comuni attorno ai quali, come hanno dimostrato i referendum, sta crescendo una nuova e forte sensibilità dei cittadini. Insomma, un’economia più a misura d’uomo.

Una green society è fatta di comportamenti che concorrono a costruire un’economia più giusta e responsabile, è una società che valorizza il volontariato, la cittadinanza attiva, la solidarietà. Vanno in questa direzione le esperienze dei gruppi di acquisto solidale, come quelle del commercio equo e solidale.

E’ arrivato anche il tempo di uscire dalla dittatura del Prodotto Interno Lordo, da quella logica che porta a individuare nel PIL l’unico indicatore del benessere. Una logica distorta, perché il PIL non distingue tra beni e mali,  non è un metro di misura infallibile e adeguato dello sviluppo umano. La via giusta è quella indicata da molti studiosi, tra i quali Stiglitz, Amartya Sen e Fitoussi, che hanno proposto nuovi e più completi indicatori del benessere. E’ arrivato il tempo che la politica, smettendola di ruotare ossessivamente attorno al PIL come ad un totem, rinnovi il proprio vocabolario e guardi ai concetti di benessere e di sviluppo con una visione nuova, meno primitiva, più intelligente. Va in questa direzione il nuovo sistema di indicatori predisposto dall’ISTAT per misurare il BES (benessere equo e sostenibile).

7. RICOSTRUIRE LA BUONA POLITICA

“Non voglio che venga ricordato come un eroe. Non lo era. Era solo un sindaco, una persona che amava la sua terra e voleva difenderne il territorio. Faceva il suo dovere perché era per quello che la gente lo aveva eletto. Ed è quello che dovrebbero fare tutti»

(Angela Amendola, moglie di Angelo Vassallo)

Senza troppi giri di parole, va detto che di fronte a noi c’è un compito difficile ma assolutamente necessario di ricostruzione della politica. Gli stessi risultati delle recenti elezioni evidenziano una ormai abissale sfiducia dei cittadini verso i partiti ed un rischio di collasso del sistema politico.

La crisi della politica non è un fenomeno solo italiano. Quasi ovunque, sopratutto in Europa, le forze politiche tradizionali sono in difficoltà. Cresce la sfiducia dei cittadini, mentre il clima di rabbia e paura causato dalla crisi è un terreno fertile per forze populiste di ogni tipo.

La crisi della politica nasce anzitutto dalla sua debolezza. Svuotata di poteri reali a tutto vantaggio dei mercati finanziari, essa appare agli occhi dei cittadini impotente e inutile. I governi nazionali sembrano avere margini di scelta sempre più ristretti nell’ambito di condizioni dettate dai mercati finanziari globali e da soggetti non eletti democraticamente. Un po’ ovunque le leadership politiche, alla ricerca affannosa di consensi sul breve termine ma terribilmente povere di idee per il futuro, non appaiono in grado né di soddisfare le aspettative degli elettori né di  indicare nuovi orizzonti di progresso.

In Italia, però, la crisi del sistema politico è ancora più acuta. Il sistema politico si è articolato – salvo poche eccezioni – attorno a partiti personali e dalla struttura padronale, con un impressionante impoverimento di spessore etico e culturale e con una desolante assenza di democrazia. A distanza di vent’anni da Tangentopoli sono esplose nuovamente gravi forme di corruzione e degenerazione. La sfiducia dei cittadini verso i partiti ha raggiunto dimensioni senza precedenti. La crisi di oggi è, per tutte queste ragioni, ancora più grave di quella del 1992 e si configura come una drammatica crisi della rappresentanza democratica. Una crisi che coincide con la fine di un intero ciclo politico che ha caratterizzato la cosiddetta “seconda Repubblica”.

Di fronte a noi c’è l’esigenza di una riorganizzazione del sistema politico. Ma c’è anche il compito di ricostruire la politica restituendole onore, forza, credibilità.

La soluzione ai problemi italiani non è nella tecnocrazia né nel populismo. La soluzione è in una rigenerazione della politica. Solo con la buona politica si contrastano la sfiducia e il qualunquismo. Non basta dire, come pure va detto, che la democrazia non vive senza partiti. Non basta dire, come pure va detto, che i partiti non sono tutti uguali e che vi sono tanti amministratori pubblici, dirigenti politici e militanti che fanno ogni giorno il proprio dovere con onestà e correttezza.

Il problema è che una democrazia vitale non è immaginabile con questo sistema politico. I partiti di massa del ‘900, nel bene e nel male, non torneranno. Ma neppure si può immaginare l’Italia del futuro con partiti come questi, ridotti ad involucri poveri di idee e visioni del  mondo, mere aggregazioni di potere senza capacità di formare e selezionare classi dirigenti, con un ceto politico improvvisato privo di competenze e di cultura politica, guidato non da passioni ma dalla ricerca di convenienze personali.

Serve una radicale riforma. La politica deve da una parte riconquistare un ruolo effettivo di governo della società e dell’economia, per tornare ad essere in grado di governare i processi reali e dunque ad essere percepita come utile. Dall’altra deve riconquistare la fiducia dei cittadini attraverso una rigenerazione culturale e morale, con una ritrovata capacità di radicamento nella società. Una politica capace di ascoltare, capire e rappresentare anche l’altra politica, quella che vive nelle tante forme di impegno civile e sociale che si esprimono anche al di fuori dei partiti e che si è espressa con forza anche in occasione dei referendum.

La riforma della politica non consiste dunque solo nelle pur necessarie riforme elettorali e istituzionali. Per ridare credibilità ai partiti occorre un rinnovamento di uomini e di idee, bisogna aprirsi alle energie migliori della società, alla voglia di cambiamento, intercettando il desiderio di buona politica che c’è in molti italiani. E occorre ridare un senso alla politica uscendo da una angusta e mediocre dimensione dal respiro corto, coltivando pensieri lunghi, tenendo insieme concretezza quotidiana e visione del futuro.

UN PARTITO DA RIFONDARE. IL PD CHE VOGLIAMO.

 “Ci sono persone che guardano le cose come sono e si chiedono perché. Io sogno cose che non ci sono mai state, e mi chiedo: perché no?”

(Robert Kennedy)

Noi ecologisti l’abbiamo voluta con particolare convinzione ed entusiasmo, la nascita del Partito Democratico, perché sentivamo che le vecchie carte geografiche non erano più sufficienti per navigare in mezzo alle sfide del nuovo secolo. Abbiamo sognato un partito che non c’era mai stato.

Altri avevano cambiato sigle e nomi ai partiti per ragioni di marketing. Noi pensavamo, al contrario, che ha senso costruire un partito nuovo, per ragioni non di facciata, quando si intuisce che si sta entrando in un passaggio d’epoca e serve perciò un nuovo pensiero politico. Restiamo tenacemente convinti che il PD sia nato per questo: non solo per unire tradizioni politiche diverse provenienti dalla storia politica italiana del ‘900, ma per dare forza e voce al riformismo del 21° secolo, con una sintesi innovativa e feconda tra culture politiche di ispirazione ecologista, socialista, cattolico democratica, liberale.

Ma il PD che volevamo (e vogliamo)  ancora non c’è. Il risultato delle ultime elezioni politiche lo conferma. E’ per molti versi il risultato elettorale più amaro degli ultimi venti anni, con 3 milioni e mezzo di voti persi proprio nella fase più acuta di crisi politica ed elettorale del centrodestra.

Colpa solo della pessima campagna elettorale? C’è qualcosa di più profondo. Da tempo non riusciamo ad essere in sintonia con il paese, né all’altezza delle sfide e del cambiamento necessario. Il PD non ha solo un problema di identità – legata ai programmi e alla cultura politica – ma anche un evidente problema di credibilità.

La sconcertante catena di errori e responsabilità che ha fatto seguito ad un risultato elettorale che già di per sé aveva prodotto una situazione difficilissima – e che ha avuto il suo culmine nelle votazioni sul Presidente della Repubblica –  ha portato, alla fine, come sbocco a quel punto inevitabile, alla formazione di un governo cosiddetto di “larghe intese” con il centrodestra. Una maggioranza anomala per un governo di transizione che, una volta portati a termine gli obiettivi essenziali – dalla riforma elettorale a misure urgenti per l’economia e per il lavoro – dovrà consentire  il ripristino di una limpida e piena distinzione tra forze alternative, entro una democrazia dell’alternanza.

Per tutte queste ragioni il prossimo congresso – che deve essere non solo aperto, ma anche capace di rendere gli iscritti e gli elettori protagonisti della discussione politica oltre che della scelta del segretario – dovrà essere per molti versi un vero e proprio congresso di rifondazione del Partito Democratico. Dovrà segnare un nuovo inizio.

Il PD che vogliamo è un partito anzitutto consapevole delle ragioni per cui è nato e con esse coerente. Tanto più perché la crisi esplosa nel 2008 conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, che le sfide inedite di questo passaggio d’epoca non si vincono guardando al passato. La crisi che viviamo non può essere affrontata né con le tradizionali ricette della sinistra del ‘900, né con un approccio moderato e subalterno al neoliberismo.

L’alternativa non può essere oggi quella di scegliere tra un riformismo vecchio e un riformismo debole – in un remake di antiche discussioni tra statalismo e mercatismo. Ciò di cui c’è oggi bisogno è al tempo stesso di più forti ed efficaci politiche pubbliche capaci di regolare i mercati finanziari, orientare l’economia verso la sostenibilità, ridurre le disuguaglianze, promuovere una maggiore equità sociale riformando il welfare; di mercati aperti alla concorrenza e liberalizzazioni che rompano incrostazioni corporative, con un alleggerimento da insopportabili e ipertrofiche pesantezze burocratiche, con la valorizzazione del merito in ogni sfera; di unasocietà capace di autoorganizzarsi,  valorizzando la sussidiarietà e la cittadinanza attiva. E c’è bisogno, sopratutto, di una nuova visione dello sviluppo fondata sulla sostenibilità ambientale e sociale.

Il PD che vogliamo è un partito in grado di guidare la rinascita dell’Italia e cosciente di essere, a pochi anni dalla sua nascita, ad un bivio decisivo e, al tempo stesso, di fronte alla necessità di un nuovo inizio. Se saprà interpretare nel migliore dei modi questo difficilissimo passaggio della storia italiana potrà essere il perno dell’Italia che verrà; se al contrario non ci riuscirà sarà travolto nella frana del sistema politico della seconda repubblica. Decisivo è mettere in campo un progetto credibile di cambiamento del paese, e al tempo stesso rappresentare un’alternativa, agli occhi degli italiani, anche dal punto di vista morale e culturale.

Il PD che vogliamo è un partito che ha l’ambizione di parlare direttamente a tutti gli italiani, che non delega ad altri la rappresentanza di questo o quel tema, questo o quel settore della società. In questo senso la rappresentanza dei valori di chi coltiva una visione del futuro attenta al rapporto con l’ambiente, come delle aspettative di chi lavora e produce nella green economy, non può essere delegata ad altre formazioni politiche, ma può e deve trovare piena espressione nel PD. Il PD che vogliamo è un partito che non si limita a proclamare di voler divenire il più grande partito ecologista italiano ed europeo, ma che lo diventa veramente. Il PD che vogliamo è un partito che considera i beni comuni come la base su cui costruire un futuro di sviluppo e di benessere.

Il PD che vogliamo è un partito che contrasta la sfiducia verso la politica nel modo più efficace e utile, e cioè con la buona politica, la correttezza, la trasparenza, la moralità. Ma il partito davvero nuovo che abbiamo immaginato e voluto – innovativo, aperto, partecipato – ancora non c’è. Ha raggiunto limiti ormai intollerabili il degrado della vita interna, soffocata a livello nazionale da correnti costruite su vecchie appartenenze o nuovi personalismi, e da feudi e cordate di potere a livello locale. Se non si cambia strada, così il PD muore. O si afferma la buona politica – quella attenta alla vita vera delle persone; che tiene lontani maneggioni ed affaristi; che contrasta l’esasperato, nevrotico individualismo, e lo sgomitare affannoso e insensato di chi ha solo ossessione per il potere senza passione per le idee; la politica che tira fuori le energie migliori di ciascuno, che ci fa sentire parte di un cammino con gli altri – o altrimenti il progetto stesso del PD  non potrà sopravvivere.

Il PD che vogliamo è un partito che decide di sciogliere le correnti per essere più aperto e libero. Un partito nel quale possano vivere storie e culture diverse, che sanno però mescolarsi senza fossilizzarsi in appartenenze correntizie e trovare una sintesi innovativa. Un partito dove ciascuno porta liberamente le proprie idee e viene valorizzato per i propri meriti. Un partito che rispetta il principio delle pari opportunità tra uomini e donne.

Il PD che vogliamo è un partito che vive nella società. Ed al tempo stesso un partito che, amministrando Regioni, Province e Comuni, sa rispondere di più e meglio ai problemi ambientali delle tante parti d’Italia in cui governa, sviluppando sistemi di mobilità urbana sostenibile, garantendo una corretta pianificazione del territorio, gestendo con efficacia il ciclo dei rifiuti e dell’acqua, facendo dell’ambiente e dell’economia verde il tratto distintivo di una nuova stagione del buongoverno locale della sinistra.

9. PER UN NUOVO AMBIENTALISMO POLITICO

Niente è più potente di un’idea il cui tempo è giunto”

(Victor Hugo)

In tutti i paesi occidentali si assiste da tempo ad una forte crescita di attenzione e di sensibilità attorno ai temi ambientali. L’ambiente è ormai una questione centrale nella percezione dell’opinione pubblica. Crescono aspirazioni verso stili di vita più orientati a comportamenti ecologicamente sostenibili, mentre attorno alla green economy prende corpo una nuova economia, fatta di migliaia di imprese e nuove professioni. Dentro la crisi economica più grave degli ultimi decenni cresce la convinzione che l’ambiente rappresenti una opportunità. Prende corpo così un intreccio di valori, interessi, culture che produce nuove domande di rappresentanza politica.

Da ciò derivano non solo i successi elettorali di formazioni politiche di ispirazione ecologista in molti paesi europei, a cominciare dalla Germania, ma anche lo sforzo di molte forze politiche più tradizionali di mettere maggiormente al centro della propria proposta politica i temi ambientali. Per la politica questa diviene dunque una frontiera sempre più decisiva, anche perché mentre le culture politiche più tradizionali fanno fatica a mobilitare speranze, mettere l’ambiente al centro del discorso politico consente invece di proporre un’idea di futuro desiderabile.

E’ una sfida per la politica. Ma anche l’ambientalismo è di fronte ad una prova di maturità. Niente fa più male alle buone ragioni dell’ambiente di un certo ambientalismo minoritario, tanto fondamentalista quanto miope, prigioniero di sindromi nimby e capace solo di dire no a tutto. Se vogliamo fare dell’ambiente la bussola che guida il cambiamento dell’economia e della società, quella ecologista deve farsi sempre più cultura di governo, lontana da ogni minoritarismo e da ogni fondamentalismo, capace di unire in modo coerente concretezza quotidiana e visione del futuro, radicalità e pragmatismo, obiettivi locali e dimensione globale. L’ambientalismo, per vincere, deve saper indicare un progetto di cambiamento credibile, un’idea di futuro che possa avere il consenso della maggioranza delle persone.

In Italia il vuoto che si è determinato sia per effetto della profondissima crisi del partito dei Verdi sia per i ritardi e le sottovalutazioni delle altre forze politiche rende ancora più forte e urgente la necessità di dare piena rappresentanza politica alle ragioni di un moderno ambientalismo.

Il PD, alla sua nascita, aveva indicato l’ambiente come una delle priorità, riconoscendo la cultura ecologista tra le culture fondative. Nel corso di questi primi anni di vita passi in avanti sono stati fatti nella elaborazione programmatica, grazie anche al ruolo propulsivo svolto dagli Ecodem. Ma tutto ciò non basta ancora al PD per essere percepito dalla maggioranza degli italiani come un partito dal forte e coerente profilo ecologista. Ancora troppe esitazioni, sordità, arretratezze di cultura politica e incoerenze ne frenano le potenzialità. La scommessa di fare del PD, come è stato più volte proclamato, “il più grande partito ecologista italiano ed europeo”, è una sfida ancora tutta da vincere. Potrà essere vinta solo con un più forte e coraggioso rinnovamento culturale, politico, programmatico.

Il nuovo Parlamento – che vede una presenza di giovani e di donne come mai in precedenza – può potenzialmente mostrare una sensibilità ai temi ambientali più forte e diffusa che nelle legislature precedenti. Una conferma viene anche dall’ampio numero di adesioni raccolte attorno al documento “L’ambiente al centro”, promosso da parlamentari ecodem, che indica obiettivi e priorità per il lavoro parlamentare e per l’azione di governo.

La stessa presenza in parlamento di una forza politica come il M5S, che nel profilo della sua rappresentanza elettiva appare attenta alle questioni ambientali, può rappresentare uno stimolo per l’intero sistema politico. Fare i conti con il M5S non significa rincorrerlo: vuol dire confrontarsi sulla base della nostra visione dell’ambientalismo sia nel merito delle politiche ambientali, dall’energia ai rifiuti, che su quello delle idee e della visione dello sviluppo, a cominciare dal tema crescita/decrescita.  Esiste altrimenti il rischio che la crescente domanda di rappresentanza politica di valori e sensibilità legati alle questioni ambientali possa trovare sbocco in posizioni fondamentaliste e demagogiche, in una versione populista dell’ambientalismo che dà risposte semplificate o sbagliate a problemi complessi. Anche per questa ragione è fondamentale riuscire a dare piena rappresentanza alle ragioni di un moderno ambientalismo riformista – un ambientalismo che tiene insieme radicalità e cultura di governo – all’interno di un grande partito quale il Partito Democratico.

10. GLI ECOLOGISTI DEMOCRATICI

In questa notte scura, qualcuno di noi, nel suo piccolo, é come quei “lampadieri” che, camminando innanzi, tengono la pertica rivolta all’indietro, appoggiata sulla spalla – con il lume in cima. Così, il “lampadiere” vede poco davanti a sè – ma consente ai viaggiatori di camminare più sicuri. Qualcuno ci prova. Non per eroismo o narcisismo, ma per sentirsi dalla parte buona della vita.”  

 (Tom Benettollo)

 Ci abbiamo creduto talmente tanto, nel progetto del PD, da averlo addirittura anticipato nei tempi. Talmente tanto da aver mescolato fin dall’inizio le nostre storie di provenienza: ci accomuna una visione del futuro, non le appartenenze del passato. Talmente tanto da aver dato vita non ad una corrente, ma ad una associazione che ha lo scopo di aiutare il PD a radicarsi nella società ed abitare nel futuro.

In questi anni abbiamo seminato idee, proposte, cultura politica. Abbiamo indicato la necessità di un new deal ecologico prima ancora che scoppiasse la crisi del 2008. Abbiamo proposto la green economy come chiave per uno sviluppo sostenibile prima ancora che l’economia verde cominciasse a crescere nella società italiana. Ci siamo battuti per costruire un moderno ambientalismo capace di far cadere il muro tra ecologia e economia. Sono risultati che possiamo rivendicare a testa alta. Ma non abbiamo fatto abbastanza, e abbiamo conosciuto anche battute d’arresto e sconfitte.

Abbiamo avuto un ruolo importante nel far crescere la sensibilità verso l’ambiente nel PD, contribuendo a fargli assumere posizioni chiare e vincenti come in occasione del referendum sul nucleare. Abbiamo contribuito a rafforzare nei suoi programmi il ruolo dell’economia verde. Ma non ci nascondiamo che il PD fa  fatica ad assumere un più marcato e coerente profilo ecologista.

Abbiamo contribuito, grazie all’impegno degli ecodem eletti nel Parlamento e nelle istituzioni locali, al raggiungimento di importanti risultati nelle politiche ambientali nazionali e locali. Ma ancora troppo pochi sono gli ecologisti presenti nelle istituzioni, a tutti i livelli.

La nostra associazione è nata con tre obiettivi precisi. Primo: aiutare il PD a divenire un grande e moderno partito ecologista. Secondo: rinnovare l’ambientalismo, superando definitivamente ogni logica minoritaria e fondamentalista. Terzo: offrire un luogo di partecipazione a quanti trovano nelle questioni ambientali la principale ragione di impegno politico. Per raggiungere pienamente questi obiettivi abbiamo oggi bisogno di un salto di qualità, sia dal punto di vista politico che organizzativo, della nostra associazione.

Abbiamo scelto di essere non una corrente del PD, ma una associazione di tutti gli ecologisti che riconoscono nel PD un punto di riferimento, aperta anche a chi non è iscritto al partito. Non possiamo accettare, però, che per effetto di questa scelta gli ecologisti siano stati troppo spesso messi ai margini della vita del PD e delle sue decisioni. Al PD chiediamo oggi non solo di riconoscere a tutti i livelli l’associazione come strumento utile per lo sviluppo della propria politica, come forma innovativa, aperta e dinamica, di partecipazione politica, ma anche di far prevalere, sempre e ovunque, il  pluralismo delle idee e delle culture politiche anziché la avvilente logica feudale delle correnti vecchie e nuove.

La scommessa per la quale sono nati gli ecodem va proseguita e rilanciata. Ma bisogna prendere atto che un’intera fase della nostra esperienza si è chiusa, e che occorre  rifondare il ruolo, le forme, il profilo politico degli ecologisti nel PD. Anche per la nostra esperienza si rende necessario un nuovo inizio. Non è tempo di piccole correzioni di rotta. E’ tempo, invece, anche per noi, di forti cambiamenti.

La scelta di essere una associazione aperta ed autonoma, che non si fa corrente tra le correnti, ci ha consentito di vivere in modo libero la dialettica interna al partito, di avere un ruolo utile e rilevante sul piano della cultura politica e dei programmi, ma ci ha condannato ad avere una scarsa incidenza nelle dinamiche interne al PD.

Due errori abbiamo compiuto. Il primo per eccesso di generosità e di fiducia nel PD: ci siamo illusi che  potesse essere fin dal suo inizio un partito davvero nuovo, non ingessato in correnti eredità dei partiti precedenti. Siamo stati tra i pochi che al PD come partito nuovo ci hanno davvero creduto e questo, non di rado, ci ha messo in fuorigioco.

Il secondo errore è di non aver talvolta avuto abbastanza coraggio e fiducia in noi stessi. Anziché giocare le partite da protagonisti ci siamo trovati, per scelta o per necessità, a giocarle troppo spesso da gregari. Ora è tempo invece che gli ecologisti democratici, senza rinunciare al profilo originale dell’associazione né all’obiettivo di un PD liberato dalla ragnatela delle correnti, riescano ad avere un più forte e visibile protagonismo politico.

Abbiamo costruito, attraverso i circoli territoriali e le strutture regionali, una presenza degli ecodem in molte parti del paese. Ma abbiamo un radicamento ancora insufficiente, se misurato rispetto alle nostre potenzialità ed alle nostre ambizioni. Dovremo dunque rendere più efficace il nostro modo di lavorare, rafforzare l’associazione, moltiplicare il numero dei circoli e degli aderenti, sviluppare la capacità di iniziativa politica in ogni territorio, divenire ancora di più punto di riferimento per le culture e le aspettative che si muovono attorno all’ambiente e all’economia verde.

Ci aspettano tempi difficili, ma anche sfide affascinanti. Ci muove la convinzione che spesso la soluzione ai problemi è lì, a portata di mano, ma non si riesce a vederla perché incapaci di immaginare qualcosa di diverso dall’esistente. Ci muove l’idea che la crisi, per quanto dura, sia anche una occasione di cambiamento. Ci muove la ragionevole speranza che la rivoluzione ecologica sia la chiave di volta per la costruzione di un futuro desiderabile.



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